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Il giallo del nano della stazione

Il giallo del nano della stazione

Foulard di Balenciaga, giacca, cravatta e doppiopetto, Lele Mastrostefano rappresenta l’essenza dell’eleganza e del savoir faire e potrebbe davvero mietere moltissime vittime in campo amoroso se non fosse per un grave problema fisico: Lele, infatti, è un nano. Ma non uno di quei minuscoli esseri con la testa tozza e troppo grande e il corpo fuori misura, no, Lele è un nano armonico, come un essere umano perfettamente formato anche se in miniatura. Lele si occupa di tassidermia ed ha il suo studio in una zona di Roma vicina ai giardinetti pubblici della stazione Termini, che Lele frequenta assai spesso per trovare nuove “prede” da ammaliare: in un primo momento si accontenta di giovani perduti, marchettari che passano le giornate in cerca di clienti da spolpare ma, in un secondo momento, grazie al fatto di aver lasciato un annuncio di lavoro per cercare un tuttofare su un giornaletto, arriva Alessio e all’improvviso i giardinetti della stazione non sono più così invitanti. Alessio è completamente diverso dai marchettari dei giardini pubblici: è bellissimo ed è un giovane che ha alle spalle una famiglia. È uno studente agli ultimi anni di scuola che, però, ha poca voglia di studiare: per questo ha risposto all’annuncio, vuole racimolare qualche soldo per comprarsi finalmente qualcosa che desidera veramente come, ad esempio, la moto che hanno quasi tutti i suoi amici. Lele se ne innamora al primo sguardo e trascina Alessio in una spirale di perdizione, tra droghe, regali, ricatti e sensi di colpa, per legarlo sempre di più a lui e per dimostrargli quanto il loro rapporto non abbia via di uscita e sia foriero della massima felicità per entrambi. L’arrivo di Manuela come segretaria del tassidermista e l’omicidio di Lele sparpagliano tutte le carte del mazzo: sulle loro tracce il giovane cronista Marco Corvino, che ha lasciato un impiego in un quotidiano che era quasi al fallimento per approdare a “la Repubblica”. Vuole per forza portare a casa lo scoop per superare la diffidenza dei suoi superiori...

Non è il primo romanzo di Massimo Lugli in cui lo scrittore parte da un celebre caso di cronaca nera e lo tramuta in un’opera a metà tra fantasia e realtà dove, però, l’epilogo non è quasi mai quello che ci si potrebbe aspettare. Anche ne Il giallo di via Poma Lugli aveva scelto l’omicidio ancora senza colpevole di Simonetta Cesaroni per scrivere un’opera di fiction con un finale sensazionale e tutto aperto. In questo Il giallo del nano della stazione, invece, prende spunto dall’omicidio del tassidermista Domenico Semeraro ad opera del suo pupillo Armando Lovaglio che si liberò, poi, del piccolo corpo in una discarica nei pressi di Roma. Un delitto che nel 1990 appassionò moltissimo l’opinione pubblica tanto che anche negli ultimi anni è stata ripercorsa da numerose trasmissioni televisive e dal celebre film L’imbalsamatore, diretto nel 2002 da Matteo Garrone e interpretato da Ernesto Mahieux, Valerio Foglia Manzillo ed Elisabetta Rocchetti. Ma, come già detto, il caso di cronaca è solo uno spunto e il romanzo a esso ispirato cambia totalmente le carte in tavola: l’epilogo reale e i risvolti processuali di Armando Lovaglio non vengono, perciò, del tutto rispettati e la cronaca lascia spazio alla fiction come del resto espressamente dichiarato dall’autore anche in alcune interviste. Non aspettatevi, quindi, un saggio o una cronaca puntuale del caso del perverso tassidermista affetto da nanismo ma semplicemente un ottimo noir crudo e diretto, che porta a galla una Roma sinistra, inquietante che l’autore sembra conoscere profondamente. Come ebbe a dire una volta Corrado Augias, Massimo Lugli è stato “il cronista-segugio più famoso di Roma” - per decenni è stato uno dei più importanti giornalisti di cronaca nera de “la Repubblica” - e l’amore per il giornalismo emerge in ogni pagina di questo romanzo, considerato anche che la figura di Marco Corvino potrebbe essere interpretata come un alter ego dell’autore. I personaggi nel romanzo sono delineati in maniera perfetta: qualche breve pennellata di colore e siamo già capaci di figurarceli muoversi sulla scena, in una esistenza quasi sempre ai margini, amorale e degradata. Il nano innamorato ma anche pronto a ricattare il suo amato (tutto preso, ahimè, dalla dolce fidanzatina) è uno dei personaggi più loschi e ambigui che si possano immaginare e queste sensazioni vengono restituite perfettamente dalla penna di Lugli. Quel che resta, a fine lettura, è il ritratto di una brutta storia fatta di dipendenza, sesso, droga e tanta sporcizia morale. Una storia vera anche se non è del tutto vera.