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Il giallo di via Poma

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Marco Scalesi è il giornalista di cronaca nera più importante del quotidiano “la Repubblica” e questa volta ha in mano la notizia che lo renderà per sempre celebre e che verrà ricordata per tutti gli anni a venire come uno dei più grandi scoop della storia del giornalismo italiano. Sembra, infatti, che nonostante siano passati molti anni dall’omicidio di Carla De Simoni - rimasto totalmente insoluto – l’assassino si sia fatto avanti e voglia confessare solo a lui il suo gesto terribile. Per Carla De Simoni il 7 agosto 1990 doveva essere una giornata normalissima: si era recata agli uffici dell’AIAG in via Poma 2, quartiere Prati, a Roma e nel suo piccolo stanzino aveva iniziato a lavorare al computer, senza distrazioni. Quella stessa sera, dopo che non era tornata a casa all’ora stabilita, però, era stata trovata dalla sorella e dal datore di lavoro Patucchi accoltellata a morte, trafitta da più di venti fendenti e riversa sul pavimento della stanza. Sulle tracce dell’assassino si erano messi fin da subito il capo della mobile Nicola Destrieri e il suo braccio destro Tommaso Elleni ma tra tante notti insonni, migliaia di sigarette e un numero spropositato di caffè erano rimasti senza alcuna pista da seguire. La vittima aveva una vita irreprensibile: diciannove anni, una bellezza decisa, un fidanzato, Roberto Bassi, che non si voleva veramente impegnare ma che aveva un alibi e nessun graffio da difesa sul corpo, un lavoro ottenuto da poco per cui era molto apprezzata. Ciò che era successo aveva dell’incredibile ma Destrieri ed Elleni avevano capito subito che il colpevole si aggirava intorno a quel mastodontico palazzo di Via Poma, 2 e avevano iniziato a sospettare del portiere Paolo Vannucci. La moglie del portiere, infatti, aveva mentito dicendo di non avere le chiavi dell’ufficio e il signor Vannucci non aveva un alibi credibile. Ma chi ha ucciso Carla senza pietà? Dopo vent’anni il caso sembra essersi risolto con lo scoop di Marco Scalesi dando il giusto colpevole alla giustizia…

Prendere un caso di vera cronaca nera e trasformarlo in un romanzo di fantasia non è mai un’impresa facile poiché si potrebbe rischiare di cadere nella implausibilità e nel ridicolo, invece Antonio Del Greco e Massimo Lugli sono riusciti a evitare ogni insidia. Forse anche grazie al fatto che l’omicidio di Simonetta Cesaroni lo seguirono nel 1990 molto da vicino, in veste di giornalista Lugli, e funzionario della squadra mobile Del Greco. Il risultato è un romanzo che ripercorre la storia di Simonetta, sempre celata sotto alias e dettagli di fantasia, dal punto di vista dei giornalisti e delle forze di polizia. La polizia che brancola nel buio, i giornalisti che corrono come pony express per le strade di notte a caccia di scoop: il silenzio e le lacrime dei vari sospettati sono, anche se nascosti da un rassicurante velo di fiction, talmente credibili che verso la fine sembra proprio di immergersi in una storia vera. Si parla di Carla de Simoni, però, non di Simonetta Cesaroni e lo spunto da cui è nata la narrazione viene man mano a perdersi, dando maggiore spazio all’opera di fantasia che ha un suo finale, diverso dall’angosciosa verità che, come tutti sappiamo, è ancora senza colpevoli. Meravigliosa la trasposizione del clima anni ’90 tra mille sigarette, caffè bollenti ad ogni ora, machismo e maschilismo d’ordinanza e la mancanza totale di politically correct sia tra colleghi di polizia sia nei confronti dei giornalisti. Si respira, in questo romanzo, un’aria che non esiste più e che è resa così bene da renderci nostalgici di quel periodo d’oro, dove tutto era concesso e dove non vi era nessun falso buonismo. Un esperimento riuscito Il giallo di via Poma, quindi, anche se ci fa tornare alla mente che il vero omicidio è ancora irrisolto e l’assassino reale forse non sarà mai assicurato alla giustizia.