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Il giallo di via Tadino – Milano 1950

Il giallo di via Tadino – Milano 1950

D’inverno, alle otto di sera, nelle case di ringhiera così comuni nella Milano degli anni Cinquanta, sono tutti a desinare. Quelle abitazioni racchiudono, prevalentemente, gruppi familiari di lavoratori. Meccanici, sarte, commesse, operaie. A quell’ora tutti loro sono a tavola a consumare qualcosa di caldo e di meritato dopo le fatiche del giorno. Ma un urlo straziante rompe la routine degli abitanti del condominio, e quando i primi di loro si affacciano per capire cosa sta succedendo, sul lucido acciottolato del ballatoio trovano il corpo senza vita di Clara Bernacchi, bella e sensuale donna di quaranta anni, che con il marito e le sue due figlie abita proprio in una delle case ringhiera di via Tadino. Stupore, bisbigli, costernazione, ma anche dolore dei familiari della bella Clara si confondono e si amalgamano fino all’arrivo degli inquirenti e in particolar modo del commissario Arrigoni. Lui, nato da una famiglia umile, testardo e volitivo, ha fatto di tutto per poter studiare e addirittura laurearsi e ora conduce brillantemente con la sua squadra di poliziotti prevalentemente meridionali il commissariato di Porta Venezia. Mario Arrigoni, che ha fatto del suo fiuto eccezionale, della sua flemma pragmatica e della sua capacità di interrogare testimoni o solo passanti la sua cifra identificativa, non perde tempo e inizia una indagine a tappeto non solo sulla povera vittima, ma su tutti gli abitanti della casa ringhiera. Agevolato in questo suo compito, senza neppure dover pregare troppo, da Anna, la portinaia che oltre a sapere tutto di tutti come prevede il suo ruolo non è molto lontana da avere il fiuto dello stesso commissario, tanto da insinuare di lezioni di chitarra dove la musica non era il solo scambio di vedute artistiche, di oggetti costosi e di nicchia per l’epoca, acquistati da semplici casalinghe con mariti da stipendi di poche lire al mese, di ragazze di belle speranze che non fanno altro che ammiccare ai clienti e ai proprietari dei negozi dove fanno le commesse e di balere che offrono compagnia e divertimento anche alle donne sposate. Insomma, Anna, come la maggior parte dei coinquilini dello stabile di via Tadino ha informazioni minuziose e particolareggiate da offrire ad Arrigoni, il quale ovviamente, accetta di buon grado e ne fa tesoro insieme al suo fiuto che gli dice, a ogni tassello dell’indagine, che la bella Clara non è precipitata dal balcone della sua abitazione perché voleva togliersi la vita. Dunque non è un suicidio quello, come le prime circostanze vorrebbero far credere? E se non è così chi ha spinto la quarantenne madre e moglie di famiglia giù dalla ringhiera?

Primo poliziesco di una lunga e fortunata serie, Il giallo di via Tadino è stato il romanzo che ha fatto conoscere Dario Crapanzano al grande pubblico. Non solo, è stato anche il primo romanzo di questo autore a far apprezzare e comprendere la vecchia Milano – quella dell’immediato dopoguerra – non solo ai lettori di tutta Italia, ma agli stessi milanesi, quella di nuova generazione, quelli che non hanno mai visto il tram passare per l’elegante via pedonale dell’attuale centro, piena di negozi alla moda e turisti internazionali. Gli stessi milanesi che a stento sanno delle bottegucce dei Navigli, condotte da artigiani sopraffini ma spesso poveri in canna, o delle aziende di manifatture che riversavano i loro scarti nei canali. Leggere Crapanzano è una vera esperienza perché la sua Milano è unica, ancora antica eppure già con un piede nella modernità che porterà il consumismo, è la città degli operai e degli osti, dei panini con il bicchiere di vino in pausa pranzo, delle balere e delle commesse dei primi grandi magazzini, dei tram che sferragliano dalle periferie al centro e dei maestri che vanno a scuola sulle biciclette. In una città come questa, che a tratti ricorda persino gli scritti e le poesie di Rodari, Mario Arrigoni, con la sua bellissima moglie conquistata a colpi di personalità e corteggiamento serrato, la radio da ascoltare nel dopocena, la passeggiata a piedi per raggiungere il commissariato di Porta Venezia da casa sua, il sigaro fumato tra le nebbioline dei Navigli e quell’aspetto e quell’indole da investigatore in trench è la ciliegina sulla torta di una narrazione garbata, affascinante, precisa, da grande giallo italiano.