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Il giardino dei frangipani

Il giardino dei frangipani

Kumari, nata in India – a Mumbai –, vive ormai da anni in Italia, dove è riuscita ad affermarsi come stilista di capi d’alta moda. Qui ha conosciuto Giorgio – che, fin da subito, l’ha aiutata e sostenuta senza pretendere nulla in cambio – e l’ha sposato, perlomeno formalmente: l’uomo in realtà è gay, ma ha bisogno di un matrimonio formale per assecondare la famiglia e non perderne l’eredità. Kumari lo sa e le sta bene. Eppure, dopo anni, per lei è arrivato il momento di tornare in India, alle sue origini. Partendo dal cimitero cristiano di Sewri, a Mumbai, Kumari ripercorre i sentieri tortuosi della sua memoria, i ricordi dolorosi legati all’orfanotrofio, a quel suo giardino coi frangipani… la donna ritrova sé stessa, quella bambina – quell’orfana – d’un tempo dissotterra i suoi valori più profondi, mal sepolti appena sotto un piccolo strato di terreno occidentale. Ritrova il suo paese. “Nel mio mondo, la gente si limitava a pattinare sulla superficie delle vite altrui. E così avevo dimenticato lo sguardo inquisitore dell’Oriente, libero dalle pastoie della riservatezza”. Kumari capisce d’aver smesso di farsi domande persino su sé stessa, paralizzata dal suo desiderio assoluto di voler dimenticare. È sulla tomba di un uomo – di quell’uomo – che tutto torna prepotentemente a galla e, una volta denudatasi del terrore del suo dolore, Kumari lo affronta forse per la prima volta, prova a farci i conti…

Laila Wadia compone una melodia dell’appartenenza: scompone il desiderio di casa e, insieme, il suo rifiuto. La mancanza che è nostalgia, ma anche, a tratti, liberazione. Il ritornare, il senso di pace che ne deriva, il ritrovarsi, e insieme la voglia di essere altrove, in un posto che sembra migliore, che ti appartiene come luogo d’elezione, ma che non sarà mai Casa. Racconta con semplicità, seppur ricorrendo, nella prima parte, a un cumulo un po’ asfittico di metafore, d’un’infanzia dolorosa riscattata, d’un desiderio di rivalsa realizzato, ma che comunque si porta dietro quel senso d’instabilità, di precarietà, proprio di chi è stato privato della serenità, dell’ingenuità infantile e che, quindi, vive la felicità – i suoi rari attimi – sempre con quel pizzico d’ansiosa amarezza. Come se qualcosa, qualcuno, fosse comunque fuori posto. Come un fastidio sotterraneo e costante. Centrale è il dialogo (o il non dialogo) tra le due fette di mondo: l’Oriente di partenza e l’Occidente d’adozione. Milano, il bel mondo, diviene per Kumari quella madre mai avuta, quell’occasione prima sconosciuta. Ma la sua Verità resta l’Oriente. Di qui quel senso di estraneità avvertito nel luogo d’adozione ma anche, paradossalmente, in quegli anfratti di casa in cui non si riconosce: nella sofferenza, nella povertà, nella non umanità. Eppure, in India una donna è chiamata madre nella misura in cui tutti gli uomini sono fratelli. È la realtà, la pratica delle cose, della vita, a sporcarle, a toglier loro ogni singolo briciolo d’umanità, ma non di speranza…