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Il gioco degli specchi

Il gioco degli specchi

Estate 1982. Zumbo è un po’ confuso. Confuso e felice (o almeno così gli sembra) nonostante la scoperta delle corna, che insomma non saranno una malattia da ricovero ma piacevoli non sono. Si vive la sua nuova condizione di ricco – ah, i bei 13 di una volta! – solo ma in fondo contento. Si sente anche superiore, perché l’essere cornuto non gli ha impedito di essere generoso nei confronti della donna che ha sposato. Insomma fra il suo banco al mercato, che non ha nessuna intenzione di abbandonare, la casa bella pulita (perché via la moglie ha preso una signora per le pulizie) e un piatto di trippa che è il suo piatto preferito a dir poco spettacolare si sente davvero in paradiso. Il sonno lo coglie a tradimento mentre è ancora a tavola. Poco male, se non venisse svegliato da un urlo tremendo che viene dalla strada: frastornato e impaurito, scende di corsa e si trova davanti a qualcosa che mai avrebbe potuto immaginare. Sul selciato, coperta solo da uno scialle e senza vita, c’è la sua ex moglie. È irrimediabilmente morta, e non di morte naturale. Nei giorni immediatamente successivi, Zumbo è ancora più confuso e certamente non è felce. Tutto vero: lo aveva tradito, probabilmente non si amavano più da tempo ammesso che si fossero mai amati, ma avevano comunque condiviso la vita per tanti anni e lui in qualche modo, progettando la sua nuova vita, aveva sperato che anche lei potesse rifarsi una vita, tanto più dopo aver subito il suicidio del suo amante. Al funerale, che durante i seguitissimi Mondiali di calcio in Spagna è praticamente un intervallo fra una partita e l’altra, tutti restano senza parole quando si presenta una donna assolutamente identica alla morta, che senza dire una parola guarda per un attimo e poi se ne va salendo su una Lamborghini...

Qualcuno che abbia superato i trenta - ma non è condizione essenziale - può onestamente dire che dell’estate 1982 ricorda qualcosa che non sia collegato a Zoff Gentile Cabrini etc.? Ed è esattamente a quei pomeriggi di luglio che ci riporta Morena Fellegara. In un bar di Sanremo – ridente cittadina che a dispetto dell’immaginario collettivo (musica vip red carpet green carpet Teatro Ariston) una volta esaurita la settimana del Festival della Canzone italiana ritorna ad essere una tranquilla località di mare -, il bar di Mario per la precisione, si riunisce la varia umanità per chiacchierare, mangiare una coppetta di gelato, bere un pastis. Nonostante ci sia stato un omicidio solo due giorni prima, se ne stanno a guardare increduli un Mondiale che nessuno si aspettava. I personaggi, barista e giornalista, sono alla seconda “indagine” e non è per niente un caso semplice, non ci sono indizi, moventi o qualcuno che odiasse abbastanza la vittima. Zumbo, da semplice separato diventato ricco grazie al totocalcio, viene reso vedovo. La moglie è stata uccisa e lasciata pressoché nuda per strada e al funerale ricompare viva. In realtà è la gemella, ma nessuno si ricordava esistesse. Il plot giallo non è una gran cosa, soprattutto se non si è letto il precedente capitolo risulta un pochino deludente, manca l’indagine vera e propria e i capitoli brevi e veloci ci mostrano giusto un’intuizione qui e là del barista investigatore accesa inconsapevolmente dal giornalista Parente che cerca in tutti i modi di riabilitarsi e non perdere il lavoro. Onestamente però, è talmente bello ritrovarsi in quel luglio dell’82, ripiombare in quei bistrattati (a posteriori) anni Ottanta, tornare adolescenti incoscienti e felici, è così bello che anche se il sole di quell’estate magica ha sbiadito un po’ il giallo, ci si passa sopra volentieri.