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Il gioco della notte

Il gioco della notte

Stoccolma, Skurusundet, il lussuoso magnifico quartiere sullo stretto. L’ultimo dell’anno. Nel tardo pomeriggio Liv Andréasson scende dal taxi, attesa alla villa di Max. Subito dopo arrivano Anton e Martina Liska. I quattro ragazzi sono grandi amici, Max e Martina stanno insieme. Max ha due fratelli minori, Truls e Sara, e un fratello maggiore, Johan che otto anni prima è divenuto bancario a Londra non sopportando più il padre manesco. Martina ha una sorellina, Adrienne, più piccola di quasi dieci anni. Anton e Liv vivono un po’ nella loro ombra, lei è stata violentata quattro anni prima, lui conosce il fallimento finanziario dei suoi. I rispettivi genitori partecipano alla sontuosa festa nella villa accanto, che appartiene alla famiglia di Anton. Gli altri compagni di classe sono tutti a una grande festa, i quattro hanno voluto stare da soli, si conoscono dalla materna, scuole sport vacanze, sempre tutto insieme, belli ricchi viziati. Il catering è previsto per le nove, si fanno portare una pizza, Anton strapazza e non paga il fattorino (poi si pentirà e rimedierà), mangiucchiano e sbevacchiano, poi Liv trova tabellone, segnalini, carte e dadi di un vecchio Monopoli, ben presto Max propone di adattare le regole del gioco: quando si finisce su una strada di qualcun altro si deve scegliere fra il dare veramente il mucchio di soldi della dinamica immobiliare oppure optare fra un Obbligo e la Verità, comportarsi come ordinato dall’altro o rispondere sinceri a una sua domanda intima. Scopriamo che Martina è andata già a letto con sette ragazzi (Max solo con tre ragazze). E altre confidenze. Inoltre, si fanno reciprocamente imporre comportamenti estremi. Intanto ognuno pensa ad altri propri segreti, storie affettive o aspirazioni inconfessate. Lentamente vien fuori il dolore: tutti i quattro adolescenti hanno un cattivo rapporto con i pessimi odiosi genitori; non si sono mai sentiti amati, non si sentono né liberi né felici; forse ci vuole una qualche svolta drammatica, un gioco più nero...

La brava scrittrice Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson (Fjällbacka, 1974) in circa 15 anni ha scritto la serie di una decina di romanzi gialli noir ambientati nella sua città natale. Ha avuto grande successo di critica e di pubblico, tradotta ovunque, protagonista della vita culturale del suo paese (serie tv, cucina, testi musicali, danza), attiva in molte iniziative umanitarie (anche coi figli), dedicandosi così poi anche ad altre scritture, spesso a tema, qui a un racconto lungo su quattro adolescenti, minacciati e minacciosi, vissuti nella bambagia ma subendo violenze e inganni e finendo, comunque, per pensare che nulla debba essere precluso. La narrazione è in terza varia al presente. Il testo è secco, denso, implacabile; probabilmente potrebbe essere facilmente portato a teatro; si tratta di limpida drammaturgia, una rete di pensieri ed emozioni dei quattro protagonisti in squadra, con varie parti in commedia e pochi comprimari in alcune scene. I ragazzi si sentono rovinati: perfetti e funzionanti all’esterno, ma tristi e danneggiati dentro. Condividono (come tanti) coppie genitoriali con infedeltà, violenza, alcolismo, ipocrisie, bugie. Il dirsi fra loro finalmente la verità scatena rabbia e aggressività a lungo covate. Prima e durante, gustano il catering: aragoste e caviale, champagne e costosissimo vino della cantina del padre di Max, da buttare oltre che da bere. Nel viaggio in taxi la radio trasmette Walk Like an Egyptian, uno dei pezzi preferiti di Liv; dopo gli attesi fuochi d’artificio, infine dalle finestre aperte della terrazza dell’altra festa esce musica a tutto volume, inevitabilmente The Final Countdown degli Europe.