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Il gioco dell’oca

Il gioco dell’oca

Nel 2013, passeggiando per la gremita piazza del Giglio di Lucca, tra i pittoreschi banchetti del mercatino dell’antiquariato, Pietro Ratto trova per caso un libro di esattamente cento anni prima: Giovanni Huss, il veridico, recita il titolo. L’autore di quel volumetto, aperto da una dichiarazione d’odio contro ogni tirannia, è il più inaspettato possibile: Benito Mussolini. Nel 1413, esattamente cinquecento anni prima che il futuro Duce gli dedichi il suo libro, il boemo Jan Hus viene scomunicato come eretico da papa Giovanni XXIII. Nella sua lingua, il suo cognome deve suonare ridicolo, qualcosa come “oca”, eppure questo prete cavalca e predica, pur scomunicato, raccogliendo il consenso e l’ammirazione di vescovi, cardinali, del popolo. Predica contro la ricchezza, contro la corruzione della Chiesa e a favore dell’eucarestia sub utraque specie, cioè sia col pane che col vino, per tutto il popolo. Cavalca e predica, durante il suo viaggio verso Costanza, la città in cui ha luogo uno dei più grandi concili della storia della Chiesa: bisogna porre fine allo scandaloso e imbarazzante scisma d’Occidente, seguito alla cattività avignonese del papato. Un salvacondotto dell’imperatore Sigismondo dovrebbe garantire Hus da ogni aggressione, o dall’incarcerazione senza processo, ma di questo salvacondotto promesso non c’è traccia. A Costanza lo attendono i teologi inflessibili, i potenti viziosi, i corvi e le cornacchie che non sopportano la libera critica e l’amore per la verità. Chissà cosa direbbe Jan Hus, di questa nostra epoca contemporanea, così conformista e corrotta...

Jan Hus fu un riformatore religioso boemo, vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo, erede di Wycliff e anticipatore del ben più noto e fortunato Lutero. È una figura che meriterebbe ben altra attenzione, rispetto alle poche e scarse citazioni riservategli nei programmi scolastici, e che davvero incarna tensioni storiche cruciali per la spiritualità e la politica europea dell’epoca. Pietro Ratto ricostruisce in questo breve volume, di appena un centinaio di pagine, gli ultimi anni della sua vita: la scomunica, il viaggio dalla Boemia a Costanza, la questione spinosa del salvacondotto imperiale promesso e mai consegnato, il processo e il rogo. Per raccontare le vicende del suo protagonista, l’autore mette in sequenza molti e brevi capitoli, alternando vaghe suggestioni autobiografiche, narrazioni di alcuni accadimenti della vita di Hus, discussione a volte dettagliata – ma non rigorosa – di certe fonti o di certa storiografia; attorno all’eroe, si muovono gli altri personaggi, molto positivi o estremamente negativi senza alcuna sfumatura. Manca ogni tentativo di comprensione storica, così come la scelta di un taglio interpretativo o di una impostazione stilistica coerente, essenziali in un saggio di questa brevità: il limitato spazio toglie efficacia alle scene romanzate e rende futili gli sporadici accumuli di dettagli storici. Il risultato non è affatto godibile. Stucchevoli, infine, le invettive mal argomentate e fuori luogo dell’autore contro Wikipedia, i piercing e i tatuaggi, “la società conformista” quando non addirittura “gli altri” tout court. Insomma, questo libro è un’occasione sprecata di ridare la giusta considerazione a un personaggio tanto affascinante e importante.