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Il giorno che vidi il tuo volto

Il volo di una cavolaia in un delicato sole autunnale, il pettegolare degli uccelli, le lievi increspature del lago al tramonto, luci di casolari spruzzate su di un monte, i passi dei bagnanti che si muovono sulla spiaggia, il fiore umile e onesto della pianta di pisello, i rumori di un taglialegna che lo raggiungono in lontananza, non grandi eventi ma eventi reali, concreti e ripetibili in eterno come l’infinito canto intonato del mare. E tutto sempre in un gioco di vasi comunicanti fra il fuori e il dentro, dove il poeta non è mai protagonista, mai attore ma un passaggio a livello aperto nell’assolata campagna estiva, soltanto uno che è chiamato a vedere e sentire. E perché no a ricordare, come camminando su un tappeto di vetri rotti, il giorno che vidi il tuo volto...
Simone Piazzesi osserva le manifestazioni della natura e traduce in versi spinto da un istinto dolce e rapinoso di consonanza e di scoperta. I suoi pensieri, puri e cristallini come fiocchi di neve, hanno infatti bisogno di un supporto naturale, di una scena su cui depositarsi: l’essenziale è che essi possano abitare in un luogo dove possa scorrere la vena lirica dell’autore. Pur consapevole che la vita non deve confondersi con la leggerezza, egli spiana il suo discorso con una naturalezza addirittura allarmante, contrappuntandolo con la rapida successione dei toni differenti e delle qualità dissimili della chiusa. Meditiamoli con calma, questi versi, e scopriremo quanto ci siano familiari i meccanismi semplici e le implicazioni emotive. Essi ci invitano a liberarci dalle esaltazioni, dall’autocompiacimento, dall’arte in sé circoscritta e finita, dalla tecnica rigorosa e orgogliosa. Occorre invece andare oltre, salire nei silenzi e nelle calme del cielo, verso un laddove puro, schietto e vero.