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Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa

Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa

È tardi, la cena di compleanno a casa di Angela è già iniziata, bisogna vestirsi in fretta. L’etichetta strappata via con i denti dall’interno del vestito comincia a dare fastidio. Arrivata alla cena, lei non riesce a smettere di grattarsi, cosa che le impedisce di interagire con l’accolita. Pensieri ossessivi ed intrusivi si affacciano sempre più frequenti, tanto da avere solo voglia di liberarsi di tutto, del vestito, dei collant, dei capelli, degli amici e camminare finalmente libera… Cosa renderebbe perfetta la vita di una babysitter? Forse alcuni pensieri di svago: potrebbe soffocare i bambini con i cuscini, mettere dello Xanax nel latte, convincerli a bere candeggina, spingere lo stecco del ghiacciolo in gola simulando un incidente: sarebbe una splendida routine… Il potos cresce rigoglioso sul balcone da quando lei ha smesso di curarlo. Prima gli dava attenzione, lo teneva in casa ma la pianta era sempre malaticcia. Adesso sta benissimo, senza cure. E allora che senso ha fare delle sedute d’analisi quando si è “un’alcolista ad alto funzionamento”? Non vale lo stesso che per il potos? Forse, ignorandoli, i problemi si risolvono da soli. Forse...

Francesca Mattei utilizza efficacemente una forma di scrittura essenziale e diretta per portarci nell’inferno senza strepiti dei Fragili, girone dei Sensibili, condannati per contrappasso alla vana fuga dal sentire. Che sia l’ottundimento delle sostanze, l’anestesia indispensabile agli shock della vita o la paralisi dovuta all’inadeguatezza esistenziale, il totale nichilismo circonda personaggi votati ad un quotidiano senza orizzonti e senza piacere. L’iniziale entusiasmo si spegne però a metà libro, quando ci si rende conto che le varie protagoniste utilizzano tutte lo stesso registro, seguono spesso gli stessi percorsi mentali ed hanno più o meno la stessa visione delle cose, con stati d’animo ripetitivi. Forse c’è un certo autobiografismo e poca osservazione ad invadere il campo del genere del “racconto” che, per sua natura, dovrebbe presentare una versatilità ed una varietà di approccio pur nell’affrontare un medesimo tema o contesto. Ci si trova invece in case disordinate e degradate che sembrano sempre la stessa casa, pervasi da una costante concezione buia del sesso laddove non intervengano vessazioni sessuali nel disagio – sempre lo stesso – di voci femminili alle prese con un mondo esterno che si accanisce contro di loro. Invadente poi l’ossessione per una corporalità presentata nei suoi aspetti più miseri; naturale quindi che l’indugio delle protagoniste sul grattarsi la pelle, ingoiare croste, odori corporali, mestruo, vomito e quant’altro, alla lunga risultino stancanti se non accompagnati dalla visionarietà di un Irvine Welsh o dall’ironia borderline di un Charles Bukowski. Descrivendo situazioni con poca verticalità negli esiti si fa fatica a percepire i racconti come distinti l’uno dall’altro, tanto più che le varie “io narrante” utilizzano lo stesso lessico: sembra di ascoltare l’album di un musicista le cui doti di pura tecnica sullo strumento non sono in discussione, ma con molta monotonia nelle composizioni e poca versatilità nella costruzione dei brani. Forse con un’adeguata sfoltita e selezione si sarebbero potuti collegare i racconti plasmandoli su di un’unica protagonista e farne un romanzo: tutto avrebbe trovato una più salda ragion d’essere e avrebbe funzionato meglio perché Francesca Mattei avrebbe la capacità di catturare il lettore. Peccato.