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Il giorno in cui la letteratura morì

Il giorno in cui la letteratura morì

In un dato momento, durante una conferenza, una persona tra il pubblico si alza e dice di non essere d’accordo con la tesi appena esposta dal conferenziere. Cioè, che lo scrittore su cui la conferenza verte a un certo punto della sua carriera ha avuto una stagione di “sfiducia nei confronti delle parole”. E questo perché, secondo la persona tra il pubblico, uno scrittore, se si definisce tale, deve per forza di cose avere una fiducia inesauribile in quello che fa e di conseguenza nelle parole. La conferenza è quasi finita, il conferenziere non ha né voglia né forza di controbattere e infatti non lo fa. Se ne torna nell’albergo che gli hanno prenotato, cena e se ne va a dormire con addosso un certo malumore. L’indomani, quando il malumore è praticamente scomparso, portato via dal sole, il conferenziere si chiede se tutto sommato non debba rallegrarsi che ancora oggi si tenga viva la memoria dello scrittore in questione. Poi però si rende conto che questa posterità ha senso solo se si è vivi. Cosa se ne fa uno della gloria, delle cerimonie, dei ricordi quando è sepolto tre metri sottoterra? Il conferenziere è convinto che se potesse parlare con lo scrittore per dirgli “Sai, ieri abbiamo discusso di te, la memoria della tua opera è ancora viva tra noi vivi”, quello lo guarderebbe, sbatterebbe le palpebre e tornerebbe a dormire...

È l’osservazione di uno spettatore a una conferenza a far vacillare le certezze del conferenziere e a dar via alla novella – che in realtà è un saggio – di Paolo Di Paolo (Raccontami la notte in cui sono nato, Questa lontananza così vicina, Dove eravate tutti, Una storia quasi solo d’amore e molto, molto altro). Secondo lo spettatore, non è possibile che Italo Calvino – sì, è lui lo scrittore oggetto della conferenza – abbia mai avuto un atteggiamento sfiduciato nei confronti delle parole. Il conferenziere non controbatte, ma nei giorni a venire ci rimugina e si rende conto che lo spettatore ha torto. E questo è il pretesto che Di Paolo si dà per avvalorare la sua tesi e analizzare da un punto di vista pressoché inedito Calvino. Lui stesso suggerisce di partire da opere come Palomar, Sotto il sole giaguaro, La strada di San Giovanni e Collezione di sabbia, che la moglie Chichita gli ha detto essere “forse il libro meno letto ma è pieno di soprese e io non lo avevo capito”. Che lo spettatore abbia torto, appare lampante nella scena dello zoo di Barcellona di Palomar, quando il signor Palomar osserva un gorilla che tiene in mano un copertone e conclude che tutti tengono in mano un copertone attraverso il quale vorrebbero raggiungere un senso ultimo a cui le parole non giungono. E perché le parole non arrivano, a questo senso ultimo? Ne Il giorno in cui la letteratura morì Di Paolo cita l’Era dell’Informazione, il sovraccarico di parole, l’incapacità di stare zitti, le bolle sociali che da Madame Bovary arrivano fino ai giorni nostri. Tutti questi motivi, certo, più uno: quello che ogni lettore crede si adatti meglio alla propria interpretazione personale.