Ranpur, 1942. L’ufficiale di polizia, scortato da due agenti e due guardie armate, giunge a casa dell’ex primo ministro Mohammed Ali Kasim alle cinque del mattino, munito di un mandato di arresto in osservanza delle leggi sulla Difesa dell’India. Il padrone di casa lo riceve in pigiama e si mostra estremamente cortese, arrivando a scusarsi con l’ospite per l’ora così poco consona all’inizio di una giornata lavorativa. L’ufficiale non ha la facoltà di comunicare a Mr. Kasim e a sua moglie quale sarà il luogo della sua detenzione, ma solo che al momento ha l’ordine di condurlo presso la sede del governo. Fortunatamente, Mr. Kasim non ha intenzione di creare problemi all’uomo e, anzi, dichiara di avere già una valigia e un rotolo di coperte pronte per poter uscire al più presto di casa. Dopo il voto del comitato del Congresso a Bombay sapeva che ormai era solo questione di giorni – se non di ore – prima del suo arresto. Una volta arrivati alla sede del governo, Mr. Kasim viene ricevuto dal governatore Sir George Malcolm nello stesso ampio locale dall’alto soffitto in cui nel 1937 era stato invitato a formare un ministero e dove, dopo soli due anni, aveva rassegnato le sue dimissioni. Mr. Kasim capisce subito che sta ricevendo un trattamento di favore rispetto agli altri membri del Congresso. Sospetta, infatti, che siano stati tutti mandati direttamente a Kandipat. A quanto pare, invece, lui si trova davanti a una scelta. Sir Malcolm non usa giri di parole: sa che Mr. Kasim non ha votato perché ha dato le sue dimissioni dal Congresso, anche se non è uscito formalmente dal partito. O, per lo meno, non ancora. L’alternativa alla sua detenzione è semplice: Mr. Kasim deve ratificare immediatamente il suo allontanamento dal partito che, ormai, non è più in linea con le sue idee. Né, ovviamente, con quelle del governatore Malcolm. Gli basterà firmare una breve dichiarazione in cui si impegna a non commettere o causare azioni che possano turbare la pace o intralciare la difesa del Regno. Ma Mr. Kasim è un uomo tutto d’un pezzo e rifiuta la gentile offerta di Sir Malcolm: è appena diventato ufficialmente un prigioniero politico…

Il giorno dello scorpione è il secondo dei quattro volumi che compongono la serie The Raj Quartet, pubblicata in Inghilterra tra il 1966 e il 1977 dal romanziere Paul Scott. La serie è stata ben presto definita il Guerra e pace anglo-indiano e tanto apprezzata in patria da trarne una serie televisiva durante gli anni Ottanta. Fazi Editore, che ormai da qualche anno ha avviato una fortunata opera di riscoperta di romanzi dello scorso secolo, ha deciso di ripubblicare questa quadrilogia con una nuova e più moderna traduzione. Se Il gioiello della corona, il primo volume della saga, risultava piuttosto ostico dato il suo particolare stile narrativo che lo avvicinava più a una raccolta di memorie e fatti giudiziari, questo secondo capitolo si dimostra da subito di più semplice approccio, pur mantenendo alcune parti eccessivamente descrittive che ne rallentano l’andamento narrativo. Al suo interno si ritrovano alcuni dei personaggi presenti nel primo volume, come l’indiano anglicizzato Hari Kumar e la sua nemesi, il sovrintendente di polizia (qui in veste di capitano dell’esercito) Ronald Merrick, o anche Lady Manners, la zia di Daphne Manners, sfortunata protagonista dei “fatti di Bibighar”. Al contempo, ne entrano in scena di nuovi, che portano una ventata di freschezza e novità, come i membri delle famiglie Layton e Kasim, o l’ambiguo conte Bronowsky. Tra le pagine l’autore riesce, anche in questo caso, a far percepire il forte senso di sdoppiamento degli inglesi “indiani”, che percepiscono l’India come una seconda patria ma che, al contempo, iniziano a comprendere che il loro tempo in questo Paese sta arrivando agli sgoccioli; allora stesso modo, anche gli indiani sono consapevoli dei tempi incerti in cui si muovono, e si dividono tra quelli fedeli nonostante tutto alla corona britannica e quelli che sono disposti ad allearsi con i giapponesi contro i loro stessi fratelli pur di garantire la tanto agognata indipendenza al loro Paese. Uno dei pochi nei di questo secondo tomo del Raj Quartet è senza dubbio la scelta – certamente legata alla struttura narrativa dell’opera – di dedicare all’incirca cento pagine all’ennesima ripetizione dettagliata dei “fatti di Bibighar”, già ampiamente sviscerati numerose volte ne Il gioiello della corona, fatto che arriva a spazientire non poco il lettore. Ma, considerato il sensibile miglioramento rispetto al primo volume della saga, si può pensare di approcciare il terzo con una sana dose di ottimismo.