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Il giovane caimano

Il giovane caimano

La faccenda della piscina è avvenuta poco dopo la fine della terza media, al campo estivo, nel corso della prima estate padanaequatoriale di Rino, arrivato da pochi mesi con la mamma a Gualtieri, vicino Reggio Emilia, da Cirò Marina, in Calabria, dove si è lasciato dietro amici ed equilibri. In effetti non ha legato molto con i nuovi compagni di classe, non ha stretto amicizie, anche se si è scoperto innamorato di Margherita, che ha sentito affine forse perché se ne sta sempre per conto suo, indossa parrucche coloratissime e veste come i personaggi dei suoi manga preferiti. Quel giorno, a bordo della piscina comunale, qualcuno gli ha tirato giù i pantaloncini e lo ha spinto in acqua. Rino ricorda solo di essersi ritrovato immerso in un blu che “non gli era mai sembrato così intenso, poi il costume che gli intralciava i movimenti, come se improvvisamente avesse avuto dei ceppi di ferro ai piedi, e poi quegli strani ceppi che sparivano, persi chissà dove”. Ricorda il cloro nel naso, di aver annaspato, di essere risalito, di essersi issato nudo sul bordo. E soprattutto ricorda le risate. E gli occhi di Margherita: da allora si chiede se anche lei abbia riso di lui. Rino adesso ha quindici anni. Da quel giorno non esce di casa. Passa ore a giocare a Flags of Blood alla Playstation. Detesta il senso di colpa che avverte quando sua madre lo guarda, e ha smesso anche di sedere a tavola con lei: si fa lasciare la cena fuori dalla porta della camera. Pensa a suo nonno, che venuto su dalla Calabria poco prima di morire, gli ha detto che lui, Rino, è affascinato, ha il malocchio. Ricorda quanto il nonno odiasse Silvio Berlusconi, la cui vista in TV gli procurava violente e preoccupanti reazioni, tanto che Caterina, sua figlia e madre di Rino, aveva deciso ad un certo punto di spegnere la televisione all’ora dei telegiornali, per evitare che al padre pigliasse un colpo in un accesso di ira. Da allora il nickname di Rino durante le sessioni di gioco è Caimano, lo stesso soprannome che hanno dato a Berlusconi in quel film. Di Berlusconi ha imparato a memoria alcune frasi (“l’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”), che recita nelle chat indossandone rigorosamente la maschera di gomma e imitandone perfettamente la cadenza. A suo nonno che in punto di morte, già amputato di una gamba, la protesi accanto al letto, gli ha chiesto perché si fosse chiuso in casa, Rino ha risposto semplicemente di non farcela a uscire. Il nonno gli ha fatto giurare che sarebbe andato da Za’ Titina, in Calabria, a farsi liberare da quell’incantesimo oscuro, a farsi sfascinare. Rino ha promesso. Ma pensa di avergli detto una cazzata…

“Perché questa smania di successo, di crescita, di risultati, di costruire e ricostruire, cadere e rialzarsi, fallire e ricominciare da capo, perché questo ammasso di prestazioni lui non può desiderare di evitarlo. Per gli altri, per tutti, deve innamorarsi e soffrire per una storia che finisce, tradire un amico o essere tradito, risultare incomprensibile, comprendere l’altro, porgere la guancia, poi l’altra, poi tutto il resto, sperimentare il corpo e ferirlo aspettando le cicatrici, spingerlo nei corpi degli altri per assicurarsi il piacere, rafforzarlo per rallentarne il deterioramento; mentre a lui non interessa, non ne comprende lo scopo…”. Nativo di Crotone, classe 1988, dopo l’esordio nel 2014 con Talento, romanzo scritto con Marco Riva (0111edizioni) e Celle con vista (2022, L’Erudita, Giulio Perrone editore), racconti e saggi pubblicati su riviste letterarie, Domenico Varipapa torna in libreria con un testo ove è udibile forte e chiara l’eco della sua esperienza lavorativa a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, dove insegna italiano e si occupa di progetti socioeducativi. Sorretto da una scrittura vivace con frequenti dialoghi in calabrese (tradotto in italiano nei passaggi più ostici) che restituiscono freschezza e spontaneità alla narrazione, Il giovane caimano non è solo un romanzo di formazione che affronta a viso aperto temi come il passaggio attraverso la pubertà e l’adolescenza, il disagio mentale, lo sradicamento dalla propria terra, l’amicizia, la solitudine, le gabbie costruite a segnare un confine invalicabile tra sé e il mondo esterno che trovano la loro perfetta rappresentazione nel fenomeno hikikomori - dal giapponese “stare in disparte”, ovvero autoescludersi volontariamente della vita sociale, scolastica, lavorativa, per un periodo di tempo indefinito (gli hikikomori sono soprattutto giovani di sesso maschile, tra i 14 e i 30 anni: se ne stimano tra 50 e 70.000 casi solo in Italia; è la fotografia nitida di una generazione cresciuta con la esaltazione della competitività, del consumismo, della corsa ai soldi facili, della distinzione tra furbi e sfigati, vincenti e perdenti, della necessità di strutturare la propria vita in base a traguardi, obiettivi, visualizzazioni, con successo, bellezza, relazioni esibite come trofei e likes assurti a paradigmi esistenziali. Non a caso la maschera di Berlusconi - chiosa in un improvviso momento di illuminazione Gaetano, compagno di giochi on line del protagonista, cresciuto a pane e miraggi di montagne di denaro da conquistare entrando nel giro giusto di quelli dell’immaginario gruppo Cashfeel - è in definitiva “il simbolo delle cose che combattiamo, non è il nostro simbolo”. Una generazione vittima della retorica becera dei “giovani choosy” a cui proporre magari forme di alternanza scuola-lavoro che si traducono spesso in impieghi a costo zero per le imprese (“Anche quando studi vai a lavorare per un po’, puoi chiamarlo stage ma è manodopera gratuita. Fai volantinaggio, robe di segreteria… manovalanza non specializzata. È solo sfruttamento”). Una generazione sedotta dalla logica dello splendere, rilucere, anche a costo di bruciarsi, a cui risponde perfettamente Margherita, la ragazza che veste come un personaggio manga: “ti hanno detto di splendere e tu spegniti”. Una rivendicazione della possibilità di assentarsi dal palcoscenico, di cercare il silenzio oltre il frastuono, di ritirarsi in un luogo che non sia costantemente sotto i riflettori, ove ci possa essere ricerca di sé, delle proprie radici, della propria identità. Il gruppo che accompagna Rino nel suo viaggio dalle sfumature picaresche verso la terra natia, - Gaetano, Massimo, affetto dalla sindrome di Asperger, Margherita, dalla parrucca rosso fuoco - riporta il lettore ad un altro gruppo di “perdenti”: i componenti del “club dei perdenti” di It, di kinghiana memoria; e chissà se il soprannome di Gaetano, Richie Rich, oltre ad essere un esplicito riferimento all’omonimo personaggio dei fumetti della “Harvey Comics”, reso famoso dalla serie a cartoni animati della premiata ditta “Hanna - Barbera” e dal film con Macauley Culkin, non sia anche un rimando a Richie “boccaccia” Tozier, con cui condivide più di una caratteristica. Di certo, i mostri con cui i protagonisti de Il giovane caimano si ritrovano a combattere hanno però un aspetto decisamente più subdolo, e dunque più terrificante, di quello della incarnazione del male immaginata dallo scrittore di Portland.