Un risveglio un po’ traumatico, quello di Paolo. Per non parlare del suo nuovo look, barba inclusa, abituato com’è ai suoi baffi. Inconfondibili. Paolo Borsellino non è Paolo Borsellino senza i suoi baffi. Ma tant’è. Quando è arrivato in Paradiso se l’immaginava un po’ diverso. È il 19 luglio 1992 e lui non ha fatto in tempo ad assistere all’esame di Lucia, sua figlia. Chissà se lo perdonerà mai. E chissà se la rivedrà mai. La riconoscerà, eventualmente? Chissà. Per il momento può solo pensare a come funziona nel luogo in cui è finito. Magari può approfittarne per riposarsi. Pensiero sbagliato: ecco l’ennesimo lavoro, stavolta d’ufficio, a cui non può sottrarsi. Soprattutto se gli apre la remota possibilità di tornare da Lucia, anche solo per un saluto. Deve “solo” avere a che fare con le anime irrisolte e aiutarle a capire perché sono ancora legate alla Terra e quindi siano costrette a rimanere nel Purgatorio piuttosto che andare in Paradiso. Il suo lavoro scorre regolare, tra un caso e l’altro e con discreto successo. Almeno finché non finisce sulla sua scrivania un caso rifiutato da tutti gli altri sei uffici a disposizione. Se riuscisse a risolverlo, però, potrebbe accorciare notevolmente le tempistiche per raggiungere Lucia. Quel caso è Giuseppe di Matteo…

Dario Levantino con Il giudice e il bambino ci regala una perla unica nel suo genere. A metà tra il romanzo d’inchiesta, la fiaba e il romanzo fantastico, porta il personaggio di Paolo Borsellino direttamente in Paradiso, subito dopo l’attentato di via D’Amelio che gli costò la vita. Levantino lo fa con leggerezza, regalandoci un racconto piacevolissimo con un narratore d’eccezione: proprio lui, il giudice Paolo Borsellino. L’ironia e la sagacia con cui Levantino definisce i contorni di Borsellino è pienamente allineata al carattere che Paolo Borsellino ha mostrato nella realtà e che ha nell’immaginario collettivo. Con questo espediente narrativo e affibbiando a Borsellino un lavoro tipicamente d’ufficio anche in Paradiso, ripercorriamo una storia dolorosa. A dire la verità non soltanto una. Paolo Borsellino veste i panni di un dantesco Caronte quando accompagna il piccolo Giuseppe di Matteo nel suo percorso per staccarsi dalla terra. Ma a differenza di Caronte, il viaggio non sarà solo quello di Giuseppe. Sullo sfondo una storia terribile che ha segnato un’epoca già piena di cicatrici. Cicatrici ancora estremamente visibili e sensibili. Proprio come quelle di Giuseppe e Paolo.