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Il grande cacciatore (e altre violenze)

Il grande cacciatore (e altre violenze)

Seduta in un salotto che sembra del tutto simile a quello di casa sua eccetto che per i numerosi drappi leopardati di dubbio gusto e il disordine generale, resta colpita dalle numerose riviste aperte e sparse un po’ ovunque. “Con tutte le catastrofi che ci aspettano, non mi pare il caso di litigare per un uomo” le dice Marilyn, mentre l’accappatoio che indossa si apre leggermente scoprendo l’incarnato bianco del seno: si siede sul divano, dopo aver versato del caffè nelle tazzine poggiate sul tavolino. Sono vicine di casa, ma non aveva fatto mai molto caso a Marilyn se non dopo averla beccata a fare sesso con Adelmo. La scoperta è avvenuta qualche giorno prima quando, in maniera del tutto casuale, ha riconosciuto nella figura maschile nuda e sudata dall’altra parte della finestra, il suo fidanzato. Da qui l’urgenza di conoscere cosa abbia legato Adelmo a quella quarantenne bionda tinta ed ex modella. Ad attirare la sua attenzione, le riviste dedicate alla vita extra terrestre: “XTimes”, “Sirio” e “UFO International Magazine”, solo per citare quelle posate sul tavolino. È stata l’ultimo numero proprio di quest’ultima rivista – trovato da Adelmo nella cassetta della posta di Marilyn – a rappresentare il punto di unione tra i due dirimpettai, come le sta spiegando Marilyn con candore. A unirli, lo stesso punto di vista sul disco volante partecipato nel 1947 a Roswell e l’assoluta convinzione dell’esistenza della fratellanza cosmica…

Pubblicato per la prima volta nel 2011 per la casa editrice :due punti, Il grande cacciatore (e altre violenze) viene riproposto da TerraRossa dopo “un’ampia revisione e una parziale riscrittura”. Una sorta di necessità, come spiega Carlo D’Amicis nella prefazione, dovuta al “bisogno di cercare costantemente un’adesione tra il testo e quell’entità mutevole, forse inafferrabile, che definisco me stesso”, che però non intacca il nucleo originario della storia, rappresentato dal voler indagare quello spazio – quasi impercettibile a volte – tra la fragilità e la bestialità che contraddistingue l’essere umano. D’Amicis presenta al lettore un quanto mai strano e particolare triangolo amoroso nel quale i protagonisti – una infermiera con la sindrome della crocerossina e voce narrante, il suo fidanzato Adelmo e la nemica-amica-vicina Marilyn – si alternano costantemente nel ruolo di vittima e carnefice, senza poter mai identificarsi (o lasciarsi identificare) in uno o nell’altro. Una dicotomia (bene-male, vittima-carnefice) resa anche nello stile rapido e talvolta frenetico e che, per dirlo con le parole dello scrittore, rappresenta “gli sforzi riconducibili a un tentativo di riconciliazione degli opposti. […] venire a capo di queste contraddizioni è una sfida difficile ma è anche ciò che distingue la letteratura da qualunque altra forma di comunicazione” (intervista rilasciata a “Genius. Scuola di scrittura”, il 10 gennaio 2024). La ferocia di cui il romanzo si fa portavoce risulta disarmante ed estraniante, costituita da piccole quotidiane, solitudini e desolazione. Una sensazione che riporta alla mente scenari tipici dei film dei fratelli Cohen – Non è un paese per vecchi o Fargo, per citare due pellicole tanto famose quanto incalzanti nel rendere l’idea – nelle quali la violenza non viene resa da azioni teatralmente efferate ma, al contrario, da azioni semplici, banali ma al contempo aggressive. Particolare menzione, infine, merita la conclusione del romanzo che conferma – ancora una volta – la grande capacità di D’Amicis di sorprendere il lettore proprio quando meno se lo aspetta.