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Il grande mare dei Sargassi

Il grande mare dei Sargassi

Le donne giamaicane non hanno mai visto sua madre di buon occhio. Questo perché è “bella come la bellezza”, così dice Christophine. Sua madre Joséphine è una creola bianca di origine francese. Da quando hanno abolito la schiavitù, nel 1834, la loro tenuta di Coulibri si è inselvatichita; la vegetazione lussureggiante del giardino cresce rigogliosa assieme alla gramigna. Pierre, il suo fratellino, non si regge sulle gambe e quando parla sbiascica, così sua madre ha chiamato un medico perché lo visiti. Antoinette non sa cosa si sono detti, sa solo che da quel giorno sua madre trascorre le giornate a passeggiare senza posa attorno alla tenuta, con lo sguardo distante e gli occhi rivolti verso il mare. Quando la gente di colore fa capannello per guardarla e ridere di lei, Joséphine si irrigidisce ma non si muove, chiude gli occhi e tra le sopracciglia scure svetta una ruga verticale. Antoinette vuole dispiegare quella ruga che tanto odia, ma quando avvicina la mano alla fronte della madre, questa con fare calmo e freddo gliela scosta: “Oh, lasciami in pace”. Antoinette si è accorta che da qualche tempo la donna parla da sola. La ragazzina passa sempre più tempo in compagnia di Christophine, la sua da, la sua balia. Viene dalla Martinica. È magra, ha i tratti del viso duri ed è più nera dei giamaicani, di un nero quasi blu. Porta sempre pesanti orecchini d’oro e un fazzoletto giallo in testa annodato con due cocchie sul davanti, alla maniera delle martinicane. Parla sia inglese che francese, oltre che il patois, ma sta sempre attenta a parlare come le donne giamaicane, che hanno paura di lei. I neri del posto li odiano: “Tu va via blatta bianca” si sente un giorno urlare addosso Antoinette… Edward Rochester è intento a ripararsi dalla pioggia scrosciante sotto un albero di mango. Con lui, c’è anche la sua giovane moglie Antoinette. Sono partiti da Spanish Town subito dopo la cerimonia per trascorrere la loro luna di miele in una piccola proprietà della madre di Antoinette, in una delle isole Sopravento. Sotto la pioggia dell’acquazzone estivo, Edward nota che gli occhi di Antoinette sono troppo grandi: “Sarà creola di pura discendenza inglese, ma i suoi occhi non sono inglesi e nemmeno europei”…

Il mare dei Sargassi, quella parte di Oceano Atlantico ricca di flessuose alghe sargassum e che dà il titolo al quinto romanzo della scrittrice Jean Rhys, è il simbolo della distanza che separa Europa e Caraibi, impero e colonia, creoli bianchi e i bianchi d’Europa. Un episodio che concretizza splendidamente tale distanza è il dialogo tra Antoinette ed Edward sui paesaggi antillese e inglese. Lussureggiante e tropicale il primo, freddo e industrializzato il secondo, i luoghi appaiono reciprocamente irreali agli occhi dei due, personificazioni di culture che sembrano rifiutarsi mutualmente. Il senso di estraneità e di non appartenenza è il cuore pulsante del romanzo, che affascina sotto molti punti di vista. In primis, il capovolgimento di prospettiva: Il grande mare dei Sargassi può essere considerato uno più celebri e meglio riusciti esempi di prequel letterari. L’autrice riprende il personaggio di Charlotte Brontë – che in Jane Eyre è relegato alla fosca e piatta figura della madwoman in the attic – e incentra la narrazione sulla biografia della donna mettendo in luce il trascorso che l’ha portata al tragico epilogo. Ma da dove nasce questo interesse per un personaggio minore di un classico come Jane Eyre? Quasi certamente dall’identificazione. Jean Rhys è una scrittrice britannica di origini caraibiche che visse sulla propria pelle il disagio di non sentirsi mai totalmente parte di una cultura. Creola bianca, da piccola predilige la compagnia della servitù e delle tate nere. Intimoriti dalla fascinazione della piccola per la cultura indigena, i genitori la spediscono in Inghilterra. Ma se in Dominica era troppo bianca, in Inghilterra in virtù delle sue origini lontane benché non sia nera verrà vista come tale; dunque inferiore. Il costante senso di alienazione e di frammentazione del sé influenzerà il suo stile: sintassi sincopata, con molti tratti di oralità e incursioni di patois. La frammentazione, caratteristica del Novecento, si manifesta nei punti di vista molteplici sulle medesime vicende, nei monologhi interiori che si intrecciano e si sfumano nelle menti dei diversi personaggi. Le poetiche riflessioni su un qui e un altrove che scuotono i protagonisti rendono inoltre il romanzo uno dei più significativi testi di letteratura post coloniale del secondo Novecento.