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Il killer delle tombe

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Dalla portafinestra del soggiorno il commissario Jan Tommen vede un giardino giapponese, con un piccolo stagno circondato da un sentiero di ciottoli disposti in maniera assolutamente perfetta. Dietro lo stagno si scorge un prato con parecchi cespugli nelle diverse tonalità di rosso. Sarebbe un giardino meraviglioso, se qualcuno lo curasse a dovere. Invece, ci sono erbacce tra i ciottoli, i cespugli crescono in maniera piuttosto selvaggia e lo stagno è coperto da un sottile strato di alghe. Anche l’interno della casa riflette l’esterno: nel soggiorno, che ha pareti rivestite d’intonaco argentato e pavimento di marmo, ci sono quadri appoggiati contro la parete in maniera scomposta - alcuni sono incorniciati e altri ancora avvolti in carta da pacco -, mentre un televisore a schermo piatto è stato posto provvisoriamente su una cassa. Tutto sembra precario, insomma, e poco curato. Tommen si avvicina alla poliziotta, Marie, che è stata mandata a casa della vittima dopo il ritrovamento del cadavere e che ha trovato, entrando dalla porta anteriore aperta, tracce di sangue. Maria spiega al commissario che, sebbene tutto lì dentro faccia pensare a un trasloco recente, la vittima viveva in quella casa da sedici mesi. Si tratta del dottor Bernhard Valburg e, nonostante il suo cadavere sia stato ritrovato nel cimitero di Dorotheenstadt, il soggiorno di casa sua è il probabile luogo del delitto. All’uomo è stato sfondato il cranio e il suo corpo è stato lasciato in una fossa, la stessa che Valburg aveva già visto il giorno prima. Sì, quando si è recato al cimitero, per portare fiori alla moglie defunta, ha visto una fossa appena scavata con tanto di croce e nome, il suo. La data di morte indicata sulla croce, poi, si è effettivamente rivelata la stessa in cui il dottor Valburg è stato ucciso…

Jan Tommen è tornato. Il secondo romanzo di Alexander Hartung - autore tedesco, classe 1970 - che vede come protagonista il detective presentato nel primo romanzo della trilogia, Un debito è per sempre, datato 2016, è un thriller dal ritmo incalzante in cui pare che nessuno riesca a proteggere le vittimo annunciate da un serial killer alquanto scaltro e originale. Quel che inizialmente può apparire uno scherzo piuttosto macabro e di dubbio gusto- annunciare la morte attraverso l’incisione di lapidi, al cimitero, recanti il nome della vittima designata e la data di morte- diventa una realtà contro la quale il detective Tommen cerca di lottare con ogni mezzo a sua disposizione e, soprattutto, con il valido aiuto dei colleghi di sempre: Max - giovane ma già estremamente esperto di hackeraggio informatico -, Chandu - fisico imponente e modi poco ortodossi - e Zoe - medico legale scorbutica e dalla lingua tagliente come un bisturi. Una squadra tutt’altro che convenzionale, quindi, che tuttavia funziona e che, pur ricorrendo più volte a mezzucci ben lontani dalla legalità, cerca di sbrogliare la contorta matassa di un’indagine che si fa più complessa tomba dopo tomba. In una Berlino descritta nel suo duplice abito - pulito, ben organizzato e assolutamente funzionale di giorno; ricco di anfratti scuri dove regna la perversione e la violenza di notte - i personaggi si muovono tra gioco d’azzardo e prostitute, mercato illegale e mondo della droga. L’impianto del romanzo richiama in alcuni passaggio il pulp americano, anche se Hartung è abile nel non cadere nello stereotipo e nel dedicare gran parte della sua attenzione alla descrizione piuttosto accurata dei personaggi, principali e non. Pur senza essere un capolavoro, si tratta di una storia ben costruita e coinvolgente; una lettura piacevole per gli appassionati del genere, che vengono fin da subito invitati a scovare gli indizi e a mettersi sulle tracce dell’assassino.