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Il labirinto delle nebbie

Il labirinto delle nebbie

Ad Afunde, ormai, non sono rimasti più uomini. Gli abitanti della cittadina, tutte donne, stanno eseguendo il rito della sepoltura in absentia. Non hanno corpi da piangere, dispersi chissà dove al fronte. Ma ormai è inutile attenderne ulteriormente il ritorno e, quindi, tanto vale creare un luogo dove ricordarli e immaginarli riposare in pace. Afunde è circondata dalla palude, sorge su di essa. Le case odorano di muffa e affondano ogni giorno di più; i proprietari tentano in continuazione e invano di togliere l’acqua con i secchi; i soffitti si abbassano ogni giorno di qualche altro centimetro. La palude, per gli abitanti di Afunde, è madre e assassina: può donare la vita grazie ai suoi frutti, ma anche dispensare la morte. È stato il parroco a decidere che aspettare ancora, dopo quattro mesi dalla fine del conflitto mondiale, sarebbe vano. Basta una sola bara, ovviamente vuota, per accogliere al suo interno le mancanti spoglie mortali di tutti quei giovani che una volta avevano corso per la cittadina e ne avevano invaso le strade con il loro vociare e la loro gioia di vivere. Ma è proprio nel momento di calare la cassa in fondo alla fossa, invasa dall’acqua della palude, che un grido in lontananza squarcia il silenzio. Il corpo agonizzante di una ragazza, riverso in una pozza di melma e sangue, con un taglio netto che le divide in due la gola, è appena stato ritrovato... Bruno Fosco osserva sconsolato la nebbia che nasconde alla vista i campi di granoturco. Il giorno prima ha dovuto lasciare Bologna in fretta e furia per recarsi in quella cittadina dimenticata da Dio e dagli uomini, quell’ammasso di case che sbucano direttamente dalla palude, Afunde, in seguito al ritrovamento del cadavere di una ragazza. Fosco sa perfettamente che quello è un luogo dove briganti, anarchici o gentaccia violenta usa per nascondere la propria presenza. E lui ha tutta l’intenzione di risolvere alla svelta questo caso che gli è piombato addosso tra capo e collo, e di tornarsene alla sua vita di tutti i giorni…

Ambientazioni goticheggianti, quasi horror, personaggi ambigui che mettono i brividi e suspense a volontà. Sono questi gli ingredienti principali de Il labirinto delle nebbie, romanzo del prolifico e multiforme ravennate Matteo Cavezzali, collaboratore di testate del calibro de “la Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano”, e già autore di saggi e romanzi che indagano l’attualità italiana e la sua storia contemporanea. In questo racconto, però, il tempo e l’ambientazione sono completamente diversi rispetto alle precedenti pubblicazioni dell’autore: la scena è interamente ambientata nella cittadina di Afunde, in Emilia-Romagna, alla fine della Prima guerra mondiale, in un’Italia ormai esausta dopo lo sforzo bellico e in cui iniziano a farsi strada quelle idee che avrebbero portato al Ventennio fascista. Ma la cornice storica rimane, in effetti, un mero contorno. Il piatto principale servito da Cavezzali, infatti, è rappresentato da un thriller che sfocia a tratti nel racconto dell’orrore. Le ambientazioni non hanno nulla da invidiare alle migliori pellicole da brivido americane; l’unico elemento che rimanda costantemente al delta del Po è, infatti, il dialetto parlato dai personaggi del romanzo. Il mistero che striscia come un serpente Uroboro, simbolo mistico di riproduzione ciclica, di morte e rinascita, che ricorre all’interno delle pagine, rende questo breve romanzo una lettura senz’altro accattivante. Ma ciò che cattura maggiormente l’attenzione del lettore non è tanto l’indagine di Fosco o il finale – mozzafiato – del libro, bensì la forza di quelle donne, vere e proprie protagoniste, che, moderne Amazzoni, lottano per difendere la loro Temiscira dall’invasione di chi, ormai, non è più il benvenuto all’interno delle sue mura. E lo faranno, c’è da scommetterci, senza alcun riguardo nei confronti di niente e di nessuno.