Parigi. Al penultimo piano del palais jaune incorniciato dalle luci dei lampioni e dai rami spogli degli alberi, Fernand D’Avry attende, bevendo un caffè americano e guardando con ansia il cellulare. Tre tappe in tre giorni: Milano, Amburgo, Parigi. Il cliente misterioso continua a farsi desiderare. Fernand ha sessant’anni ma ne dimostra di più, il volto scavato dai segni del tempo… “Dove sono? Perché parlo? Il vento mi ha portato con sé e ora anch’io ho una voce e vedo per la prima volta”. È il due di denari a parlare. Il vento ha scompigliato le carte, immobili nel loro eterno presente, e l’ha portato via. L’ombra di un uomo si avvicina. Ulisse – questo il suo nome – si appoggia a un bastone e ha in mano una candela. Rivela al due di denari che si trovano in un labirinto, e non in un labirinto qualunque. È il labirinto di Minerva: chi vi entra è spinto dal desiderio di impadronirsi della pietra della conoscenza… Gunari, Zora e Baval sono fratelli, gitani che non hanno mai conosciuto il viaggio. Nel nome, Zora porta il ricordo dell’alba; Gunari il desiderio di suo nonno di farne un guerriero. E infine la dolce Baval, dagli occhi schivi, custodisce nel suo nome il canto del vento. Il vento che alla vecchia Tsera, nel giorno della sua nascita, aveva sussurrato tra le foglie degli alberi “storie del nord, del sud, dell’est e dell’ovest”… Baltimora. Una stanzetta in affitto all’ultimo piano di un palazzo degli anni Trenta. Un raggio di sole filtra tra le tende polverose. Il rubinetto del bagno perde acqua: plink. Un rumore che non dà tregua a Miguel de Ventura. L’uomo strizza gli occhi, la fronte madida di sudore. Esce di casa. La strada, le persone, i palazzi sembrano deformarsi al suo sguardo allucinato. Accaldato chiude gli occhi, poi li riapre. Uno strano silenzio. Sull’asfalto, sola, “nitida, perfetta”, la sua ombra… Due bambini corrono scalzi sulla spiaggia. Ridono, nelle mani due pesci – due “occhiatine”. Angelo davanti e Nené, più piccola, dietro di lui, felice di essere stata coinvolta nella pesca. Questo è il ricordo che compare nella mente di Elena quando, in una sera di giugno, fa ritorno alla casa sull’isola…

E ancora un vecchio libro e il suo autore misterioso, un uomo e una donna che s’incontrano in riva al mare, una singolare partita a scacchi. Sono solo alcuni degli spunti narrativi che ne Il labirinto di Minerva si animano nell’arco di dieci racconti, brevi e suggestivi. Teresa Piciocchi – docente di Lettere e Latino, autrice di poesia e prosa, studiosa di critica letteraria con una particolare attenzione alla critica dantesca – dà alle stampe una raccolta tenuta assieme da un filo rosso sottile ma resistente. Il “labile confine tra sogno e realtà” promesso in quarta di copertina è un terreno non privo di rischi, su cui la penna di Piciocchi dimostra di saper camminare tenendosi sempre al di qua del pericolo. La componente onirica che pervade i racconti, difatti, non è mai fine a se stessa, né eccessiva. Mostra piuttosto i tratti malinconici e sfumati del ricordo, di una realtà altra che accompagna il lettore con delicatezza e si fa specchio dei conflitti interiori dei personaggi, colti nel loro attraversare la vita in balìa della sorte, tentando, cercando – che sia l’assoluzione per il proprio passato, la conoscenza, un senso, un luogo cui appartenere. Memoria e oblio si rincorrono, solitudine e nostalgia riempiono i silenzi. E in quei silenzi i personaggi di Piciocchi imparano a sostare, scorgendo forse per la prima volta i propri confini (“Si guardò allo specchio e si scoprì umano”). Tutti tendono al centro del proprio labirinto, dedalo di scelte, svolte nascoste, attese, ritorni, segreti. Il vecchio Ulisse, rendendo omaggio al suo omonimo omerico, dirà al due di denari: “Non saprei vivere senza cercare ovunque risposta ai miei dubbi”. Così è il destino dell’uomo. Lunghi allora i viaggi necessari, difficili le deviazioni da compiere per arrivare un poco più vicini alla verità. Inevitabili, perché è proprio attraverso di esse che si disegnano i contorni di una vita. La prosa di Piciocchi è piana, composta, risuona di echi classici senza esserne appesantita. Costante è l’impronta quasi fiabesca che scaturisce dal dialogo fra narrazione e introspezione, memoria e realtà. Alcuni dei testi spiccano per originalità e compiutezza, altri rivelano un respiro un poco più acerbo e didascalico, ma è proprio questa varietà a restituire il senso di una voce che si avvia ad esplorare e si misura con forme diverse. La raccolta si è aggiudicata il “Premio Letterario Nazionale Giovane Holden” (XIX edizione) per la sezione “Racconti editi”. La motivazione del premio delinea con precisione lo spirito del libro: i labirinti che l’uomo si trova a percorrere sono “tormenti sotterranei senza tregua”, che la penna dell’autrice illumina a tratti di vie d’uscita, “isole sulle quali approdare per riposare, arrendendoci alla meraviglia che improvvisa appare”.