A Roma, in via Satrico 42, in un appartamento con ampia terrazza immerso nel parco della Caffarella, abita Guido, “agente leader nel settore dei ritrovamenti” che si accinge ad affrontare un caso difficile mentre una persona a lui cara, Sabrina, si trova in un letto d’ospedale in condizioni critiche. Il cliente gli mette fretta, e così Guido, che non ama guidare, assume un assistente/autista, selezionandolo tra i rider che gli consegnano la pizza e stabilendo che il giovane, suo omonimo, da quel momento si chiamerà Winston Coleman. Ha così inizio la ricerca di un orologio smarrito dal grande valore affettivo, “un orologio molto comune”, come gli fanno notare in tanti. Nel corso dell’indagine, Guido e Winston incrociano diversi personaggi, dall’afasico Ettore Calcestruzzo alla moglie di questi, Marianna Fuma, da Alice Tuttoburro, cameriera della Trattoria Etruria 39 che per sbarcare il lunario vende origami, e della quale Guido si infatua, all’avido rigattiere Astolfo, e così via. In tutto questo, Guido deve confrontarsi con l’ex Elide, avvocatessa divorzista, per prendersi cura della figlia decenne Margherita, bullizzata dai compagni per via dei denti (“enormi”, “a zig zag” e “all’infuori”) e poi dell’apparecchio ortodontico. Nei pochi giorni di questa avventura, nonostante il compenso ridotto, Guido persegue il suo obiettivo con incomprensibile determinazione, nonostante Sabrina stia per “spirare”, o forse proprio per questo…

Il lama dell’Alabama è un romanzo manoscritto piedeletto, come potrebbe definirlo il narratore per renderne il gusto in tre parole. Stando alle prime pagine, si potrebbe infatti pensare che lo stile sia motore e scopo del tutto, uno stile reso inconfondibile attraverso espedienti quali: l’affastellarsi di sinonimi alternative ridondanze che coesistono senza virgole né gerarchie (come a dire: “lettore, scegli tu”); la presenza di calembour, dal più goliardico ad altri talmente criptici da sembrare refusi (“Coleman si accomodan”, oppure, parlando di corpi: “la cosa si fa an corpiù divertente”) o da richiedere una seconda lettura (“materasso in lattice, paterjolly in orzice”); neologismi strampalati; un registro sussiegoso infranto di rado da lemmi triviali; digressioni autoindulgenti; una registrazione in tempo reale degli eventi, quasi il narratore stesse scrivendo mentre il lettore legge; e così via. Questo stile peculiare, lontano da un’idea preconfezionata del “letterario” e più affine all’eloquenza dei secoli andati (procedendo a ritroso fino a Cervantes, Ariosto e Rabelais non per farne parodia bensì in omaggio) è però funzionale alla natura del testo, che non può qui essere spiegata senza inficiarne il godimento. Si può suggerire che la vicenda è una “distrazione sublime”, un breve infinite jest mirato alla dissimulazione. Per via dei frequenti appelli al lettore e dei ragionamenti sulla forma romanzo e sull’oggetto tipografico, Il lama dell’Alabama si può considerare un metaromanzo; non è invece un antiromanzo, giacché ha una trama, un intreccio, personaggi ben delineati, dialoghi astrusi ma coerenti, e così via: abbiamo insomma una storia, per quanto avviluppata da digressioni e sottotrame. Va chiarito, per non spaventare il lettore, che il testo mantiene una godibile accordatura ironica che, in alcuni casi, sfocia persino nel comico (come quando il compassato narratore minaccia i vessatori della figlia). Il lama dell’Alabama è “letterario” in un modo che non indisporrà alcun lettore, giacché l’alta percentuale di riferimenti è mescolata alla narrazione in modo quasi invisibile, spesso nella forma della criptocitazione, mirando a quella doppia leggibilità cara al Queneau dei Fiori blu e di Zazie nel metrò. L’Oulipo sembra d’altronde essere stato un faro dell’opera, così come il Tristram Shandy di Sterne, uno dei pochi riferimenti esplicitati. Per capirci: il narratore non nomina Queneau ma immagina di “farsi Duca d’Auge per valutare la situazione storica”, oppure sogna di giocare all’enciclopedismo con un certo “caro Georges” (Perec), oppure incontra un “gatto lupesco”, parla di “sterminate citazioni eSterne”, e così via. Questo modo di giocare con la lingua nasce dal confronto con i connazionali consacrati, e in tal senso ritroviamo tracce di Calvino, Manganelli e Landolfi, Gozzano e Maraini, ma può essere accostato anche, che l’autore li conosca o meno, a esperimenti più recenti come quelli di Carlo Sperduti o Daniele Zito, anch’esso nel catalogo Hacca. A fronte di tanto materiale, può capitare che il passo risulti di tanto in tanto rallentato dalla determinazione a rispettare le regole interne dell’opera, ma autore e narratore sono attenti a monitorare il livello di attenzione del lettore, proponendogli un patto attraverso una citazione di Sterne: “Farei cinquanta miglia a piedi, poiché non possiedo un cavallo che valga la pena di montare, per baciare la mano di quell’uomo il cui cuore generoso lascerà le redini dell’immaginazione nelle mani del suo autore, -- contento anche senza saperne il perché e senza curarsi a che scopo scriva”. Così, tra chiamate in causa e affettuosi pungoli, piste false e colpi di scena grotteschi, il romanzo procede indefesso in un modo tutto suo. Il lama dell’Alabama dunque è un esordio che dell’esordio ha ben poco, considerata l’impresa, perpetrata e compiuta dall’autore, di creare una prosa e un immaginario suoi propri, un risultato che di norma si ottiene soltanto al termine di un percorso caparbio e solitario. Cavallaro, editor e finalista del premio Calvino con un’altra fatica inedita, consegna così un unicum che, al di là delle preferenze personali, ha già dalla sua il pregio di combinare ambizione e divertimento. Un’ultima nota: la Trattoria Etruria 39 esiste davvero, e si mangia bene, ma non è detto che ci lavori tale Alice Tuttoburro.