Salta al contenuto principale

Il lapsus della lettura

Il lapsus della lettura

Se ne vanno i padri, restano i figli. Il loro è il tempo dell’evaporazione del padre, di ciò che di lui resta dopo il distacco. Si tratta di concepire quel “dopo” come una testimonianza residuale, ovvero quel che rimane quando la figura paterna non può più essere una bussola, raccoglierne l’eredità per trasformarla in compito, in desiderio generativo. Come concepire quindi un padre senza ricondurlo a quella forma di padre-padrone tipica dell’ideologia del patriarcato e come dare un ruolo al figlio in questa epoca di godimento sregolato dell’Io narcisista, dell’affermazione del singolo sopra ogni altra cosa che non sia un desiderio individuale e non collettivo? Alla psicanalisi è dato il compito di una risposta attuale, concreta ed efficace, in questo mondo così povero di speranze e stimoli, che “ha smarrito il legame col desiderio”, in un tempo “di ritorno alla pulsione securitaria e del fantasma fascista. Allo psicanalista è affidato, non un corpo e una macchina da aggiustare, ma l’inconscio che si annida all’interno e il suo modo di desiderare, cioè di vedere la propria vita in prospettiva. E lo farà attraverso il valore della parola, senza censure, pregiudizi o aspettative di sorta. Non è un compito semplice né tanto meno scontato nel risultato. Ma è una via per eliminare il Narciso che riduce le prospettive in una società che ci considera talmente unici da renderci insensibili alla prossimità dell’altro. Siamo diventati quel che Pasolini intravvedeva, ovvero una “macchina acefala di godimento”, immolati nell’adorazione di un corpo individuale a dispetto di quello sociale. Occorre quindi smarcarci da questo concetto di singolarità materialistica la cui gravità ci attira inesorabile, permettendo agli altri di entrare dentro i nostri bastioni fino a raggiungere il più profondo essere. A questo, a essere più liberi, occorre proprio la lettura...

Non solo leggere un libro, ma soprattutto farsi leggere dal libro: questo in sostanza cosa significa “il lapsus” della lettura. Dunque un libro ci legge, così come un quadro ci vede e una canzone ci ascolta. Per il lettore, il visitatore, per l’ascoltatore non si tratta solo di ricevere qualcosa, ma anche di aprirsi all’opera d’arte, che proprio per questo ci sorprende e ci tocca. Perché è in grado di entrare dentro di noi, fino a snidare quell’inconscio, quella parte oscura che sempre cerca risposte ma quasi mai ne riceve e che altrimenti non avremmo saputo far parlare. Con questa finalità Massimo Recalcati raccoglie i suoi esercizi di lettura, le proprie recensioni ai libri degli altri e apparse su vari quotidiani e riviste come “la Repubblica”, “La Stampa”, “Doppiozero” dal 2011 ad oggi. Una recensione non è altro che il racconto di un racconto e in questo senso il lavoro di Recalcati è un continuo stimolo alla ricerca dei testi citati. Non solo Freud e Lacan, ma anche Walter Siti, Shakespeare, Massimo Cacciari, Emanuele Trevi, Omero, Andrea Bajani e tanti altri. Inviti alla lettura certo, ma anche esortazioni ad approfondire, a mettere in discussione quei pregiudizi travestiti da conoscenza che siamo certi di avere. Il cambio di prospettiva e quindi di mentalità è necessario e urgente. Noi che siamo sempre figli di qualcuno, a chi somigliamo? A Telemaco, a Amleto o a Edipo? Agiamo senza sapere come Edipo o sappiamo ma abbiamo paura di agire come il principe di Danimarca? Abbiamo bisogno di fare esperienze, che significa aprirsi proprio come un libro si apre alla mano del lettore. La lettura, che sia fatta da un lettore comune o da uno psicanalista, significa sempre incontrare qualcuno attraverso le parole scritte. Significa usare un linguaggio comune e arricchente. La lettura non è mai innocua. Può sfiorare, ma anche colpire, convertire, stravolgere. Il libro è comunque un insegnamento, qualcosa cioè che lascia un segno nel nostro corpo. “Siamo fatti degli incontri che abbiamo fatto” sostiene Recalcati, o meglio, siamo il risultato di ciò che sappiamo fare di quegli incontri che abbiamo fatto.