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Il lato sbagliato del cielo

Il lato sbagliato del cielo

Nel 1945 Rainer Fiehler, sergente maggiore delle Waffen-SS, ha appena compiuto ventidue anni, quando, per salvare un bambino, viene ferito da un ordigno, lanciato da un giovane della resistenza polacca nella città di Varsavia. Ormai claudicante e non più utile per combattere al fronte, viene inviato a fare il guardiano nel lager di Flossenburg, dove viene soprannominato “angelo della morte”, non per la violenza o l’istinto omicida che, al contrario, contraddistinguono i suoi commilitoni, quanto, invece, per l’aria assente e distaccata che traspare dai suoi occhi azzurri, come uno di quegli angeli marmorei che si trovano all’interno dei cimiteri. Un giorno, il suo sguardo incrocia quello del diciassettenne polacco Lucjan, il quale, a differenza degli altri prigionieri, annichiliti dal trattamento ricevuto e costantemente intimoriti dalla sola presenza delle SS, lo guarda privo di rabbia, ma con un’emozione diversa che, dapprima infastidisce, poi incuriosisce il soldato tedesco la cui monotonia viene improvvisamente spezzata da tale presenza che lo tratta con quella strana familiarità. Quando comprende che l’origine di questo comportamento sia il fatto che è stato proprio Lucjan a tirare la bomba che gli ha provocato la ferita alla gamba e gli ha scombussolato la vita, facendogli lasciare la fidanzata sulla quale non voleva pesare con il proprio handicap e, soprattutto, la patria per la quale voleva combattere, Rainer sorprendentemente non si ritrova furioso e assetato di vendetta, ma, anzi, si scuote dalla sua apatia in quanto Lucjan diventa il segno con cui il destino gli ha ricordato l’atto eroico “senza bandiera” che ha compiuto a Varsavia e gli sorge questo istinto di protezione nei confronti del ragazzo che non passa inosservato e anzi attira l’attenzione del sadico maggiore Kruger che inizia a spiare i due giovani…

Dopo Qualunque sia il tuo nome, premiato dalla giuria del concorso eLove Talent, promosso da Harmony e Kobo Writing Love, l’autrice trentina ritorna con un romanzo ambientato nella Seconda guerra mondiale, mettendo questa volta al centro il tema dell’amicizia e della speranza. Nonostante all’inizio la struttura narrativa, alternata fra la descrizione della vita di Rainer e quella di Lucjan, suggerisca al lettore di avere di fronte due protagonisti ai lati opposti e lasci presagire una storia che parli di un incontro destinato a cambiarli reciprocamente, in realtà, l’evolversi della vicenda rivelerà che il nodo centrale è rappresentato dal passaggio di Rainer dal lato sbagliato a quello giusto. Ma, il tratto originale della penna della Baldo è costituito dal fatto che nel porre Rainer dal lato sbagliato non abbia voluto tessere l’ennesima trama del tedesco “cattivo” che, mosso da una compassione risvegliata, ha aiutato il prigioniero, quanto piuttosto mettere al centro una questione di identità e appartenenza. Rainer è dal lato sbagliato non soltanto perché è una SS, ma perché, come aveva già egregiamente descritto Hannah Arendt nel suo capolavoro La banalità del male, si ritrova ad essere un burocrate e un piccolo ingranaggio di una macchina della distruzione, svuotato di quelle emozioni e quella umanità che, invece, lo avevano spinto, senza guardare alla bandiera e al gioco delle parti, a buttarsi sul corpo di quel bambino nel ghetto di Varsavia per proteggerlo dall’ordigno. Rainer sa di appartenere a quell’umanità e Lucjan glielo ricorda, guardandolo come un ragazzino può guardare al proprio eroe. L’incontro con il prigioniero polacco non rappresenta tanto un’occasione per tirare fuori e mostrare quella bontà ormai seppellita dal regime nazista, quanto, invece, un simbolo di speranza e di riscatto per lo stesso Rainer che rinasce e trova una ragione per attaccarsi di nuovo alla vita, anche quando essa porta con sé l’ineluttabile destino della morte. Tuttavia questo passaggio, ingrediente di per sé sufficiente ad una buona narrazione, spesso si sovrappone con la superflua riconduzione del comportamento del protagonista a un processo psicologico – come tra l’altro suggerisce lo stesso antagonista Kruger –, in base al quale, non avendo potuto in passato proteggere adeguatamente il fratello più giovane morto durante un tumulto, proietterebbe quell’istinto di protezione sul giovane Lucjan. Tale meccanismo risulta sentimentale e poco coerente con una trama che sarebbe già strutturata e compatta, ma, purtroppo, ripetuto anche con il riferimento alla figura del padre che, soprattutto, nell’epilogo della storia appare accessorio. Infine, peculiare è l’uso del presente storico che risulta utile, laddove serva ad avvicinarsi più profondamente ai pensieri di Rainer e ad assistere alla sua maturità, ma superfluo, se impiegato per avvicinare il lettore alla descrizione della vita del campo, la quale, seppur delineata con un’apprezzabile delicatezza e con un’assenza di quella torbidezza in cui spesso cadono gli scrittori dei romanzi ambientati in questo periodo – che non hanno la padronanza dei dettagli e l’esperienza vissuta di Primo Levi per ovvie ragioni –, lascerebbe comunque chi legge attaccato al libro anche con il più congruo uso del passato remoto.