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Il lavatoio

Il lavatoio

È un giovedì sera come un altro per il giardiniere della cittadina di Nogent-le-Rotrou. Un giovedì sera di stanchezza e mal di schiena, perché il soffiatore a spalla che ha usato per tutto il giorno è pesante e scomodo. Sta consumando la sua cena vegetariana, comprata nel negozio biologico in cui va sempre, davanti alla tv in quella specie di casa in cui è rintanato da cinque anni, da quando il suo compagno Alexandre è morto. Stanno dando un programma letterario che guarda svogliatamente, in cui invitano sempre scrittori per promuovere i loro libri. Ma la vista di una donna che parla lo ridesta e lo fa quasi soffocare. Lui la riconosce. Quella è la figlia della donna che ha violentato e massacrato in un freddo gennaio di trent’anni prima e adesso è in tv per promuovere il libro che ha scritto sulla morte della madre Camille. La notte del giardiniere è lenta e infestata da fantasmi di un passato che aveva cercato di seppellire. L’indomani ha appuntamento presto con Gilbert, suo collega. Gilbert è un tipo rozzo, un ubriacone, ma nutre un sincero affetto per lui. È la cosa più vicina a un amico che ha. Il lavoro per quel giorno prevede di vangare una rotonda e così si ritrovano davanti al municipio, ma prima fanno tappa al benzinaio dove il giardiniere entra a comprare il giornale locale. Ed eccola lì di nuovo, la faccia di quella donna, nelle pagine della sezione locale del quotidiano. Non bastava averla vista alla tv, no. Adesso il giardiniere scopre che la scrittrice sarà a Nogent-le-Rotrou martedì prossimo a presentare il suo libro...

Terzo romanzo della scrittrice e attrice francese Sophie Daull, Il lavatoio parla della vera vicenda dell’autrice, la quale ha perso la madre a causa di un omicidio quando aveva appena vent’anni e narra, mescolando realtà e immaginazione, la sua storia e quella inventata dell’assassino. L’uomo è davvero fuori di prigione, nonostante fosse stato condannato all’ergastolo e “vive da qualche parte nel globo”, ammette l’autrice, per questo si immagina come potrebbe essere la vita dell’omicida di sua madre. Lo rappresenta dunque giardiniere, gay e vegetariano. Lo disegna, lo umanizza e disumanizza allo stesso tempo, cercando di sopire il proprio dolore, ma senza togliere lui dignità. E, d’altra parte, tutto il romanzo può essere letto come il tentativo, per mezzo delle parole, di lavare via quel dolore che si fa sozzura, fango, infezione: “la finzione si fa candeggina”, sbianca, pulisce, allevia. L’ex-detenuto è una figura complessa, contraddittoria e per la maggior parte del romanzo ci dimentichiamo che è un mostro omicida: il lettore si trova coinvolto completamente nella sua modesta routine, nei suoi pensieri di uomo libero, nelle sue pulsioni da amante e il killer scompare sotto il velo dell’umanità del giardiniere. Questo accade perché la narrazione è corale: da una parte c’è la prima persona dell’autrice, che spiega, in una sorta di meta-racconto, come è venuta fuori la figura del giardiniere (“perciò il tizio che ha ucciso mia madre può tranquillamente fare il giardiniere in un romanzo”); dall’altra possiamo ascoltare, sempre in prima persona, i pensieri dell’omicida, i suoi turbamenti, e anche il suo dolore. Un esercizio difficile, per Daull, quello di dare spazio e vita alla persona che le ha portato via la madre, quello di umanizzare il mostro, il proprio mostro, ma tale sforzo le è valso, nel 2019, il premio dell’Unione Europea per la letteratura.