Salta al contenuto principale

Il lavoro di una vita

Il lavoro di una vita

Una consapevolezza al tempo stesso naturale e terrificante, quella di poter generare un altro essere umano. Che sia destinata a diventare madre o meno, la quasi totalità delle donne vive una sorta di epifania osservando il proprio corpo, acquisendo coscienza che da esso può potenzialmente uscire un altro corpo. Le reazioni possibili sono tante: accettazione, rassegnazione, attesa, desiderio, stoicismo. E chi prova paura? Chi vive questa potenzialità con apprensione e timore, se non assoluto terrore? È naturale che travaglio, parto e puerperio possano suscitare panico piuttosto che sentimenti di dedizione senza che la donna si senta una madre snaturata o è destino che il suo timore venga vissuto con una notevole dose di senso di colpa? Eppure, le donne generano figli da millenni, ognuno di noi è nato da una donna. Se iniziassimo a lasciarci sopraffare dalla paura del dolore sarebbe la fine! Oppure parlare di questo umano timore, condividere la propria ambivalenza verso i figli neonati, i propri dubbi, i propri momenti meno tradizionalmente materni potrebbe essere un onesto momento di arricchimento, piuttosto che un’onta da occultare?

Il lavoro di una vita di Rachel Cusk non ha ottenuto critiche particolarmente favorevoli. Vissuto come un attacco alla maternità, è costato all’autrice feroci accuse, tra le quali la più crudele è stata forse quella di non aver davvero desiderato e amato la propria figlia. Le critiche sono il nocciolo della questione: parlare in modo onesto della propria esperienza di maternità, con tutte le sue ambivalenze, sofferenze e brutture – alzi la mano chi ammetterebbe a cuor leggero di aver urlato in un momento di esausta esasperazione contro il proprio figlio neonato piangente – non è accettabile. La narrativa che circonda la maternità è stucchevolmente mitizzata o ne sono esasperati gli aspetti medici. I manuali prevedono liste di cose da fare/non fare per le mamme in nome dell’inviolabile sacralità del nascituro, avvertimenti carichi di accusatoria preoccupazione; l’esperienza dell’essere madre è immacolata, pristina, fatta unicamente di cure, amore, dedizione. Nessuna menzione delle difficoltà – se presenti è perché la madre non ha seguito alla lettera i manuali – di sentimenti ambivalenti – inesistenti, intollerabili, inconcepibili – di momenti di cedimento. Rachel Cusk in questo memoir è invece dolorosamente onesta, a tratti disperante, smarrita nella lotta tra simbiosi e alterità tra lei e la figlia, di cui ripercorre l’esistenza fino all’anno di vita. Tra le righe i dubbi emergono chiari e forti, ma in nessun momento la sua esperienza viene ripudiata. Il lavoro di una vita non è un manifesto contro la maternità o contro i bambini, ma una voce forte a favore di un modo onesto e schietto di dipingere un’esperienza al tempo stesso tanto naturale quanto snaturata e permeata di miti. Una lettura fondamentale tanto per chi madre lo è già, per chi pensa di diventare madre e per coloro che hanno deciso di non esserlo ma desiderano comunque comprendere cosa passa nella mente di chi lo è.