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Il libro della grammatica interiore

Il libro della grammatica interiore

Aaron Kleinfeld ha dodici anni e vive dalla finestra di un caseggiato della Gerusalemme dei primi anni ’60 il dipanarsi della sua storia familiare e della Storia in senso più ampio. Aaron vive “alla finestra” sia perché passa gran parte del suo tempo scrutando il mondo al di là dei vetri di casa sua, sia perché è afflitto da una sorta di impossibilità a crescere, bloccato in un’eterna infanzia che presto si intuisce essere frutto di una scelta consapevole, di un rifiuto al passaggio verso l’età adulta. Aaron osserva gli eventi interni alla famiglia e quelli che in cerchi concentrici sempre più larghi lo relazionano all’esterno, rifiutando di interpretare in maniera convenzionale gli schemi comportamentali degli adulti e quelli dei suoi amici preadolescenti, si rifugia in un mondo interiore le cui regole, la cui “grammatica” è appunto tutta individuale. Suo padre Moshe è il gigante dall’animo gentile e dalle mani incomprensibili che cura con amore l’albero di fico che è patrimonio comune della scala B, ma è anche l’uomo i cui gesti Aaron si rifiuta di decodificare quando lo sorprende a stringersi alla madre...

Gli adulti nel mondo di Aaron sono misteriose e grottesche figure rappresentate su un mazzo di carte per adulti come personaggi di un fantasioso “circo della passione”, sono gli insegnanti che affollano la sua visione periferica di present continuous e regole algebriche, una madre dura e arcigna che fatica a comprendere gli slanci di passione di suo marito, una nonna la cui demenza insorta a soli sessant’anni bisogna accuratamente nascondere agli occhi di tutti, i vicini di casa, le cui interazioni con la famiglia sembrano avere come teatro principale il cortile del caseggiato dove ci si scambiano convenevoli e dove i vuoti nelle conversazioni vengono salacemente riempiti dal monologo interiore di Aaron; anche gli adolescenti che lo circondano sono un mondo misterioso alla cui interpretazione Aaron si rifiuta caparbiamente nel corso dei due anni di eventi narrati dal libro: sua sorella Yochi e le misteriose “zie” che ospita ogni mese e che puntualmente intasano il gabinetto, il miglior amico Ghideon che è più vicino a suo padre di quanto non lo sia lui stesso, i compagni di classe. Aaron, sulla scorta di molti illustri precedenti letterari, da Peter Pan a Huck Finn o a Holden, per certi versi al tamburino di latta, è un bambino cristallizzato, un “adulto interrotto”, ma a differenza dei precedenti, comunica con un linguaggio adulto, infarcito di allusioni freudiane, un costante stream of consciousness, un profluvio di metafore, laddove gli altri vivono la propria crisi nei confronti del mondo come rifiuto “costruttivo”, questo personaggio è paralizzato ed irreattivo fino al mutismo assoluto. Aaron e i suoi comprimari sono ombre cinesi che cercano di interpretare l’archetipo della tragedia che è la perdita dell’innocenza. Si piegano alla volontà didascalica del loro autore, ma danzano mutevoli su scene di cartapesta, sono evanescenti, inafferrabili, a tratti inconsistenti.