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Il libro di Eva

Il libro di Eva

XVI secolo. Dopo la morte di Sofia, suor Beatrice è diventata la custode della biblioteca del convento. La vita all’interno delle quattro mura scorre tranquilla e quasi sempre senza sorprese. Fino al Martedì Grasso. Le sorelle sanno che molti giovani balordi del villaggio amano fare scherzi durante la notte che precede i quaranta giorni prima della rinascita del Figlio e che non devono aprire il portone del convento per nessun motivo. Ma quelle urla, quelle richieste di aiuto sembrano così reali che suor Beatrice decide di contravvenire alle regole, dando un’occhiata dallo spioncino. Ciò che vede la lascia interdetta. Lì, su un carro trainato da un mulo, riesce a stento a scorgere due figure incappucciate. Accanto al barroccio vede una fanciulla sudicia e chiaramente terrorizzata, la stessa che continua a strepitare per farsi udire all’interno del convento chiedendo aiuto. A fatica e con l’aiuto di alcune consorelle, suor Beatrice riesce finalmente ad aprire il portone per far entrare il carro. Madre Chiara, accorsa attirata dalle grida, dà l’ordine di condurre le due misteriose donne in infermeria. La più anziana vacilla: è evidente che entrambe siano ormai allo stremo delle forze. I loro abiti sono desueti; le due donne sembrano provenire da molto lontano e non comprendere il vernacolo del luogo. Suor Beatrice accompagna le misteriose estranee in infermeria. Non è spinta dalla carità, ma dalla curiosità. Un suo pregio. O, forse, un suo grande difetto che potrebbe condurla alla dannazione eterna. Ed è proprio lì, all’interno dell’infermeria del convento, che la donna più anziana spira davanti agli occhi della giovane monaca. Beatrice, allora, decide di accompagnare la sua anima con un’orazione ma, non appena pronuncia le prime parole del “Pater noster”, la donna più giovane inizia ad agitarsi, finché non riesce a emettere un flebile ma chiaro suono: “Mater nostra...”. Sono le ultime parole che la straniera pronuncerà mai poiché, al pari della prima, è ormai spirata. Ma non prima di aver consegnato a suor Beatrice un oggetto: un piccolo libro, rivestito di prezioso velluto rosso...

Se vi aspettate di avere tra le mani un’opera simile ai romanzi di Glenn Cooper - vista l’ambientazione all’interno di un antico convento, la presenza di un misterioso libro e di una biblioteca (quasi) proibita, elementi che potrebbero riportare alla memoria la fortunata saga de La biblioteca dei morti - non potreste essere più lontani dalla realtà. Questa dell’inglese Meg Clothier, con una laurea in lettere classiche a Cambridge e una carriera come giornalista e autrice di romanzi storici, è tutta un’altra storia. Il romanzo si apre con la morte di due donne misteriose e il ritrovamento di un libro altrettanto strano da parte di Beatrice, figlia bastarda del duca Stelleri e ormai suora incaricata di badare alla biblioteca del convento. Da subito si percepisce il suo carattere particolare e la sua preferenza per la compagnia dei libri e delle storie in essi narrate a sfavore di quella della maggior parte degli esseri umani. Nutre un profondo amore per gli autori classici e non comprende come le opere dell’antichità possano essere bandite perché “sconvenienti” o “eretiche”. Attraverso un altrettanto misterioso mercante di libri che frequenta il convento, Beatrice tenta in tutti i modi di proteggerli e di perpetrarne la diffusione. Sentimenti che, se amanti della lettura, sarà impossibile non condividere. Altro punto a favore dell’opera è, senza dubbio, lo stile narrativo adottato dell’autrice. Il romanzo viene raccontato in prima persona dalla protagonista attraverso l’uso di una sintassi che ne rispecchia perfettamente gli stati d’animo. Nelle fasi più concitate del racconto, infatti, parole prive di punteggiatura, ordine e, a volte, senso, si susseguono in un flusso ininterrotto che porta il lettore nel vivo della narrazione e lo rende in grado di provare gli stessi sentimenti di suor Beatrice. Al contempo, però, questo repentino susseguirsi di azioni e immagini non sempre agevola la comprensione di ciò che avviene all’interno delle pagine. In realtà, quello che più colpisce dell’intero romanzo non è il mistero del libro e del culto che ne deriva, argomenti che fin dall’inizio non regalano molta suspense al lettore. Il punto focale, infatti, è il rapporto di sorellanza che via via si crea tra le diverse abitanti del convento nel momento in cui il velo di Maya (o meglio, delle suore) viene squarciato, rendendo a tutte chiara l’importanza di lottare unite per il raggiungimento del fine comune.