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Il linguaggio segreto dei fiori

È il giorno del suo diciottesimo compleanno, secondo la data stabilita dal rapporto del tribunale quando aveva appena tre settimane circa, quando Victoria può finalmente lasciare la comunità alloggio. Le ragazze la salutano accendendo un’ordinata fila di fiammiferi attorno al fondo del suo letto, mentre sta dormendo, come commiato e come augurio. A Victoria balenano alla mente un po’ di dispetti vendicativi, ma se ne sta andando e lascia perdere con indulgenza, decisa a perdonare quel gesto. Prova compassione per loro, perché chi vive o ha vissuto in un luogo simile è consapevole che le uniche vie d’uscita sono “scappare, diventare maggiorenni o finire in un carcere minorile”. Negli occhi delle ragazze Victoria legge e riconosce la paura della vita che pensano di essersi meritate o che si sono ritrovate a vivere per caso e soprattutto la paura per ciò che le aspetta: crescendo la possibilità di essere adottate si riduce drasticamente, finché si azzera raggiunta una certa età. Meredith sta per venirla a prendere, ma lei ha ancora un’ora di tempo per percorrere a piedi le strade di San Francisco alla ricerca di un fioraio, o un giardino, dove trovare dei fiori coi quali mandare un messaggio di incoraggiamento alle ragazze con cui ha condiviso un pezzetto di vita, e comunicare loro dignità, quando fino a quel momento ha regalato solo calendule, cardi, basilico: dolore, misantropia, odio. Quando la sua assistente sociale arriva, Victoria è già seduta sotto il portico con una scatola di cartone sulle cosce, dove ha raccolto tutte le sue misere cose: è pronta per iniziare una nuova vita…

Il linguaggio segreto dei fiori utilizza il significato romantico della botanica come filo conduttore per raccontare vita e sentimenti di una neonata abbandonata a sole tre settimane di vita che crescendo si porta dietro rabbia, diffidenza e risentimento, tra una famiglia adottiva e l’altra e l’istituzionalizzazione. Straziante quando racconta ciò che i bambini adottivi vivono: il clima di paura, le cattiverie, la violenza, l’assenza di identità e di spazi in case affollate e rumorose, la privazione del cibo, i castighi e le punizioni corporali, su creature fragili e già provate dall’ansia dell’abbandono, disorientate da continui affidi o da famiglie che le respingono. Narrato in prima persona, alterna il racconto ai flashback, in un alternarsi di passato e presente amalgamati delicatamente, senza suscitare vertigine temporale. La protagonista è distaccata, irascibile, laconica, evita il contatto fisico, e talvolta ha reazioni violente, tuttavia riserva ai fiori un’attenzione e una cura inaspettate, riversando su di essi l’amore che non riesce a comunicare agli esseri umani, per paura di lasciarsi andare e soffrire ancora. Vanessa Diffenbaugh ha saputo disegnare un personaggio complesso ma reale, emotivamente mutilato e proprio per questo profondo, bilanciando bene romanticismo e dolore, raccontando sentimenti autentici, rudi e travolgenti. Una storia di sopravvivenza, resilienza, trasformazione e riscatto, speranza e perdono.