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Il maestro di Pietroburgo

Il maestro di Pietroburgo

Siamo nell’autunno nel 1869 e una carrozza si ferma pigramente di fronte al numero 63 di via Sečnaja. Un uomo di mezza età esce dalla vettura, incurvato e domanda a un gruppo di bambini dove si trovi Anna Kolenkina. Dopo alcune resistenze, una bimba si offre di accompagnarlo. La piccola si chiama Matrëna ed era stata amica di Pavel’. In effetti, anche Anna aveva un rapporto di amicizia con il giovane. Il mattino dopo, l’uomo si reca al cimitero per vedere il luogo di sepoltura del figlio e mentre Anna si informa sul numero con cui è contrassegnate la tomba, lui si mette a piangere. Cerca con tutte le forze di non vedere i numeri, ma è troppo tardi: intravede un “7” e un “4”. Pensa in modo fuggevole che non potrà mai più scommettere sul “7”. Anche il pensiero che, in fondo, nel gioco tutti i numeri sono provvisori e non c’è nulla di definitivo non è una consolazione apprezzabile. Si trova a pensare che cosa facesse a Dresda nel momento in cui suo figlio moriva e si domanda perché non abbia avuto un presentimento, o perché il cielo non abbia tremato, suggerendo un evento così terribile. Dopo questa visita, l’uomo decide di stabilirsi nella stanza che fu di Pavel’, ma non trova i suoi scritti: sono stati presi dalla polizia, compresa anche la corrispondenza tra lui. Proprio in una lettera il magistrato legge ad alta voce il vero nome dell’uomo che si sta facendo passare per Isaev: Fëdor Michailovič Dostoevskij…

Quando uscì questo romanzo di Coetzee, Nobel per la letteratura nel 2003, incontrò reazioni contrastanti. Acclamato da alcuni, considerato una specie di esercizio intellettuale da altri. Anche nel secondo caso fu riconosciuta tuttavia l’estremo rigore nell’intreccio e la precisione nella poetica dell’opera stessa. I fatti narrati non sono in realtà storici: Dostoevskij aveva un figlio adottivo di nome Pavel’, ma la sua morte non è mai avvenuta. Invece il figlio dello stesso Coetzee è scomparso in circostanze molto simili a quelle evocate in questo libro. Quindi si comprende che dalla sovrapposizione biografica tra l’autore sudafricano del ‘900 e il maestro della letteratura russa dell’800 scaturisce una riflessione profondamente personale. Il tema non è più limitato al significato della perdita di un figlio, ma al senso della relazione tra padri e figli (non a caso il titolo di un altro gigante della letteratura russa: Ivan Turgenev). Non solo Coetzee argomenta privando il tema di ogni patina sentimentale o poetica, ma la sua indagine ha fredda crudeltà di un chirurgo che intenda operare su sé stesso. Fermarsi è impossibile, evitare il dolore lancinante del bisturi che incide sulla propria carne non è un’opzione. La morte di Pavel’ si intreccia con un altro personaggio storico realmente esistito, Sergej Gennadievič Nečaev, poeta e rivoluzionario nichilista (termine reso popolare proprio da Turgenev nel già citato “Padri e figli”) e in tutti i personaggi del “Maestro di Pietroburgo” ricorrono temi e tipi umani dell’opera di Dostoevskij che saranno chiaramente riconoscibili (senza fare elenchi inutili in questa sede). Di sicuro non è un libro per tutti, anche perché affronta temi non facili, come la violazione dell’infanzia, l’idea di rivoluzione come distruzione della generazione precedente e un’atmosfera, in generale, tenebrosa. La ricerca negli angoli più scuri della mente umana è però un coraggioso tentativo di recuperare cosa voglia dire essere uomini in questa strana cosa chiamata vita.