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Il maestro e le maghe

Il maestro e le maghe

Alejandro Jodorowsky si sente oppresso dall’abitudine e dal senso di insoddisfazione che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni, vuole quindi contrastarli, eliminare questi sentimenti dalla propria esistenza, ma per farlo è necessario essere pronti e disposti a mutare la propria condizione in qualcosa di positivo. Una sfida interiore di un certo livello e che per Jodorowsky ha inizio in Messico, presso il modesto tempio del maestro Zen Ejo Takata: una figura ambigua, con il quale Jodorowsky si trova ad interpretare principalmente il ruolo di allievo, ma a tratti anche di maestro. I due uomini sono legati da un passato simile, da un rapporto logorato nel tempo con i propri padri, una ferita i cui segni sono ancora percepibili nel presente. Takata cerca di essere una guida per Jodorowsky, lo costringe alla scomodità, al digiuno e alla meditazione, gli insegna ad abbandonare la mentalità occidentale ed insieme si districano nei misteri dei Koan. Si tratta di quesiti generalmente posti dal maestro buddhista al proprio discepolo, al fine di raggiungere l’illuminazione, penetrando nell’essenza della natura: “C’è una cosa che non capisco: perché devo spegnere una lampada che per me è simbolo della conoscenza, della tradizione? I simboli non hanno un significato fisso, cambiano a seconda del livello di coscienza di chi li esamina e del contesto culturale in cui si trovano. […] La saggezza che tu chiami “tradizionale” è lontana dalla tua essenza, brilla senza illuminare niente dentro di te. Se sei notte insondabile, non hai bisogno di essere illuminato dalle teorie”. Altre figure si aggiungono a quella del maestro Zen: Leonora Carrington, Irma Serrano (meglio conosciuta come “la Tigresa”) e infine Reina d’Assia, che condivide la conoscenza trasmessale dal padre filosofo, G.I.Gurdjieff, circa l’arte amatoria…

All’interno di quest’autobiografia, Jodorowsky ha voluto rappresentare le pareti dell’ego attraverso messaggi sovversivi e provocatori, che ci rivelano le ferite, i punti deboli, le crepe profonde che vi sono nel sistema, nella società, in cui l’animo è costretto a scorrere. Un’indagine, un viaggio interiore, che per Jodorowsky ha avuto inizio negli anni Sessanta, quando conobbe Paquita e rimase affascinato dal suo modo di condurre le persone alla guarigione. L’autore infatti si è presto ritrovato a creare una propria disciplina, che lui stesso definisce Psicomagia. Grazie ad essa è possibile ottenere un condizionamento psicologico positivo, il quale implica una predisposizione migliore, sia nei confronti della vita che dell’universo stesso. Nel corso di un’intervista per il blog “Poesia e Psicomagia” con Elisabetta Giuliani, Jodorowsky ha raccontato in cosa consiste il suo insegnamento: “La Psicomagia usa la danza, la poesia, la pittura, la musica, ma anche la scultura, la cucina, l'aromaterapia, la simbolica dei tarocchi, ecc. Non ho cercato di creare un’arte terapeutica, ma una terapia artistica. I guaritori utilizzano quello che io chiamo trappola sacra. Affinché si realizzi un miracolo, è necessario che il consultante creda che possa avvenire il miracolo. Mentre la mente razionale vive in un bunker senza fede, lo stregone, con un gioco di prestigio, gli mostra un falso miracolo. Il consultante si meraviglia e trasforma l'illusione in realtà. È sempre possibile aprire la porta al mondo magico che è la verità”.