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Il maestro e l’infanta

Il maestro e l’infanta

L’attesa è fremente presso la corte del re di Portogallo e Algarve, João V di Bragança, per l’arrivo del già noto compositore italiano Domenico Scarlatti. La sua fama, infatti, lo precede: si è già ampiamente distinto per le sue doti anche di clavicembalista oltre che di compositore appunto, e d’altra parte è figlio d’arte, del Maestro Alessandro Scarlatti. Dunque, il 7 settembre 1720 tutta la corte e l’entourage del re ascoltano rapiti al Paço da Ribeira l’esecuzione della serenata composta in onore del genetliaco della regina Marianna d’Asburgo. La musica finisce e l’uditorio esplode in fragorosi applausi e complimenti. Ma Scarlatti non si vede, non esce a prendersi il merito, bensì si defila nella penombra, notato solo da Maria Bárbara, l’infanta di quasi nove anni del re, l’unica con cui scambia una sola occhiata. Quello scambio fugace, quell’unicum, è l’inizio del sodalizio tra Scarlatti e l’infanta, tra un maestro chiamato ad insegnare musica a tutti i (musicalmente poco dotati) membri maschili della famiglia reale e l’unica componente femminile, apparentemente sgraziata, vilipesa dal fratello per la poca bellezza e compostezza, ma dal talento musicale innato. Ma è anche l’inizio di un’amicizia importante: Scarlatti accompagnerà Maria Bárbara nella sua crescita personale, nel suo percorso da infanta a regina di Spagna, tra intrighi e strategie diplomatiche, scontri e disappunti, ma sempre rimanendo dietro le quinte, sempre lasciandosi ispirare e motivare da questa giovane donna, fino alla fine…

Alberto Riva diletta il lettore ancora una volta con il duetto di scrittura e musica, già rivelatosi vincente in altre sue collaborazioni e opere, e che si conferma essere un binomio molto accattivante. Autore informato, conoscitore sia della storia che della musica, riesce a dare alla luce a ciò che lui stesso ha definito (in un’intervista) un “romanzo da camera”, ovvero sia un’opera più intima, quasi introspettiva, che si discosta dalla magniloquente sinfonia del romanzo storico. Pur basandosi sulla Storia, infatti, Riva riesce a non cadere nel tranello della narrazione meccanica di eventi (anche se talvolta sembra di percepire la difficoltà a barcamenarsi), ma inserisce quelle vicende, certamente imprescindibili, come una scenografia da cui emergono figure umane, vita vissuta, storie personali. Domenico Scarlatti non è più solo il celebre compositore, è l’uomo schivo, riservato, sempre vestito di nero, ma dalle grandi passioni che scorrono sottopelle, istintivo, che si lascia affascinare dalla comunità zingara di Granada. Allo stesso tempo Maria Bárbara non è tanto l’infanta sgraziata, mandata in sposa per essere futura regina di Spagna, è una donna illuminata, brillante, carismatica e versata nelle arti. La scrittura eccellente di Alberto Riva, ricercata ma non leziosa, e l’ineccepibile narratore onnisciente accompagnano il lettore attraverso un’opera suggestiva, con adagi e allegri, a tratti anche elegantemente esotica, comunque “d’altri tempi”, nella più alta accezione del termine.