Nel Paese africano di Aburĩria circolano cinque teorie principali riguardo alla misteriosa malattia che ha colpito il secondo Presidente della Repubblica Libera. Ogni teoria offre una spiegazione diversa per questa condizione che sfida la logica medica. La prima teoria attribuisce la malattia alla rabbia accumulata dal Presidente. Questa rabbia è così intensa che egli cerca di espellerla dopo ogni pasto, contando fino a dieci o salmodiando ad alta voce “ka ke ki ko ku”. Nonostante questi tentativi, la rabbia continua a ribollire dentro di lui, erodendo il suo cuore. Gli abitanti dell’Aburĩria riconoscono la saggezza di questo approccio, paragonando l’espulsione della rabbia a quella dei gas intestinali. La teoria identifica diverse possibili origini di questa rabbia: l’apparizione dei serpenti sulla scena nazionale, l’acqua amara nelle viscere della terra, o soprattutto l’umiliazione subita durante un viaggio in America quando la Global Network News gli ha rifiutato un’intervista nel programma televisivo “A tu per tu con i potenti del globo”. La seconda teoria collega la malattia alla maledizione del belato di un capro maltrattato. Alcuni anziani, disturbati dal sangue che inonda il paese, hanno deciso di affrontare questo male come un’epidemia. Guidati da uno stregone, hanno ottenuto segretamente dei capelli del Presidente dal suo barbiere, li hanno mescolati con erba, sale e pozioni magiche e li hanno fatti ingerire a un capro. Lo stregone aveva iniziato a cucire i sette orifizi dell’animale partendo dall’ano, ma il capro ha emesso un belato raccapricciante ed è scappato prima che gli venisse cucita la bocca. Il capro vagava per tutto il paese strillando la sua pena finché il Presidente non ha sentito il suo belato e, interpretandolo come un appello al colpo di stato, ha mandato i soldati a cercarlo insieme a tutte le persone coinvolte. Il capro, il barbiere, lo stregone, gli anziani e persino i soldati sono stati gettati ai coccodrilli del Fiume Rosso… La terza teoria lega la malattia all’invecchiamento del regno presidenziale. Il Presidente siede sul trono da così tanto tempo che nemmeno lui ricorda quando è iniziato il suo regno. Sono nate generazioni su generazioni e il suo potere è sopravvissuto a tutte. Quando alcune persone sentono parlare di presidenti precedenti o di governatori e sultani del passato, scuotono il capo increduli, convinti che il regno di quest’uomo sia iniziato prima dell’inizio del mondo e terminerà solo dopo la fine del mondo. La quarta teoria attribuisce la malattia alle lacrime non versate di Rachael, la legittima moglie del Presidente, che le ha serbate nell’intimo dopo essere caduta in disgrazia. Il conflitto è nato quando Rachael ha sollevato la questione delle scolarette che vengono spesso invitate alla State House. Durante una cena speciale, Rachael, elegantemente vestita, chiede al marito perché coinvolga le studentesse, paragonandole ai figli che lui stesso ha generato. Il Presidente, interrompendo il pasto, le chiede se lo ha davvero accusato di costringere le scolarette e se pensa che dovrebbe piangere per il loro futuro. Decide che quella sarà la loro ultima cena insieme e fa costruire per Rachael una prigione di sette acri circondata da alte mura e recinzioni elettrificate. Nella residenza tutti gli orologi rimangono bloccati al momento esatto in cui lei ha sollevato la questione, i calendari indicano sempre quella data, il cibo servito è sempre lo stesso dell’ultima cena e i vestiti sono identici a quelli di quella sera… La quinta teoria sostiene che la malattia sia opera dei demoni che il Presidente ospita in una sala speciale della State House e che ora gli hanno voltato le spalle. Il soffitto e le pareti di questa sala sono rivestiti dagli scheletri di studenti, insegnanti, operai e contadini uccisi in tutto il paese. I teschi dei nemici più odiati sono affissi alle pareti e pendono dal soffitto come sculture d’ossa. Ogni mattina il Presidente, dopo essersi immerso nel sangue conservato dei suoi nemici, entra nella sala con bastone e scacciamosche, passeggia guardando gli oggetti esposti e prima di uscire si ferma sulla soglia per lanciare un’ultima occhiata beffarda…

Il mago dei corvi, uscito nel 2006, rappresenta il ritorno alla narrativa di Ngũgĩ wa Thiong’o dopo un silenzio creativo di quasi due decenni. Pubblicata originariamente in lingua gikuyu e successivamente tradotta in inglese dall’autore stesso, quest’opera monumentale si configura come una satira politica di straordinaria complessità, ambientata nella fittizia Repubblica Libera di Aburĩria, dove un tirannico sovrano opprime da lungo tempo la popolazione, causando povertà diffusa e fame. La struttura narrativa dell’opera rivela l’influenza profonda delle tradizioni orali africane, elemento che conferisce al romanzo una dimensione culturale autentica e radicata. L’intreccio ruota attorno al progetto megalomane del Sovrano di costruire una torre moderna, una meraviglia del mondo che raggiunga le porte del Paradiso, metafora potente dell’ambizione cieca del potere postcoloniale e delle sue derive autoritarie. Il protagonista Kamĩtĩ emerge come figura centrale attraverso una trasformazione che lo porta ad assumere involontariamente l’identità del Mago dei corvi. Questo processo avviene dopo una serie di umiliazioni e disavventure, delineando un percorso narrativo che intreccia elementi del realismo magico con una critica sociale penetrante. La caratterizzazione del personaggio riflette la condizione dell’intellettuale africano contemporaneo, sospeso tra tradizione e modernità, autenticità e alienazione. La critica letteraria ha definito il romanzo “barocco”, “completamente assurdo”, una “avventura travolgente”, “opera mitologica ma anche allegramente disincantata; politica e giocosa; cartoonesca ma anche epica”, evidenziandone la complessità stilistica e tematica. Questa ricezione critica eterogenea riflette la natura sperimentale del testo, che sfida le convenzioni narrative tradizionali attraverso un approccio polifonico e multidimensionale. L’aspetto linguistico dell’opera merita particolare attenzione nel contesto della produzione letteraria di Thiong’o. L’autore keniota crede fermamente che gli scrittori africani dovrebbero scrivere nella loro lingua nativa, non nella lingua coloniale dell’inglese o del francese, sostenendo che il modo migliore per decolonizzare la mente è riappropriarsi delle lingue native. La versione originale de Il mago dei corvi è una realizzazione concreta di questo principio teorico, un atto di resistenza linguistica e culturale. Quello di Ngũgĩ wa Thiong’o è un libro di straordinaria ambizione letteraria e politica, che sintetizza decenni di riflessione teorica e creativa dell’autore. Lo scrittore, poeta e drammaturgo keniota ha insegnato presso l’Università di Nairobi, alla Northwestern University, all’Amherst College a Yale e alla New York University: oggi è professore emerito di Inglese e Letteratura comparata all’Università della California. Nel 2001 è stato insignito del Premio Internazionale Nonino.