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Il malessere turco

Il malessere turco

Esiste una “relazione millenaria di attrazione vicendevole tra la Turchia e l’Europa [che] non può essere ridotta alla sua sola manifestazione guerresca”. In altre parole, c’è un profondo rapporto di amore e odio fra il Mediterraneo orientale e quello occidentale, che sottende interrelazioni profonde, scambi, influenze, trasformazioni sociali, politiche e culturali. Oggi sembra un fatto acclarato che la Turchia sia in preda a un malessere, che ci sia qualcosa che non va. Già alla metà del XIX secolo, nelle parole dello Zar Nicola I, l’Impero Ottomano era “il malato d’Europa”. Ma ancora adesso la Turchia sembra afflitta da una malattia politica insolubile che la rende problematica. La vulgata giornalistica – come spesso fa anche in altri contesti - ridurrebbe tutto alla narrazione delle responsabilità di un solo uomo, magari riattivando qualche reminiscenza dei vituperati – dalla Atene del V secolo in qua – despoti orientali. Ma l’analisi sociopolitica più avveduta, per fortuna, riesce a volare più alto di queste semplificazioni e spiega. Partendo da molto più addietro. Addirittura da Tommaso d’Aquino e da Petrarca, dal loro rigetto di Averroè, ovvero dal rifiuto cristiano, umanistico e occidentale “di tutto ciò che è arabo, ebraico e musulmano rispetto all’episteme occidentale”. Proprio nella frattura storica che si crea quando l’Impero ottomano si avvia a costruire un sistema politico-culturale eterogeneo e cosmopolita, che assorbe in sé e coagula numerosi apporti culturali (greco-romani, quindi bizantini, islamici, giudaici, etc.) e in Europa invece inizia a consolidarsi un “pensiero unico” che dall’umanesimo conduce all’Illuminismo e al concetto monista di stato-nazione hegeliano, stanno le ragioni del malessere turco odierno. Ecco i percorsi storici profondi. Perché alle soglie del XX secolo, il pensiero “unico” nazionalista, secondo cui ogni territorio appartiene per ragioni storiche a una certa nazione, scomporrà dall’interno – e con forti interessi coloniali esterni – l’Impero ottomano, creando la Turchia attuale, nazione artificiale quante altre mai. Nazione che per aderire al pensiero unico nazionalista si costringe a una serie di rimossi: “il genocidio armeno e siriaco non è mai avvenuto”; “i greci non hanno mai abitato queste terre”; “ogni musulmano che vive in Turchia è un turco, anche se è curdo, circasso, albanese, bosgnacco”. E i rimossi, si sa, generando fantasmi. L’impossibilità di fare i conti con il passato determina la nevrosi presente, il malessere turco che oggi si incarna e si manifesta nell’uomo solo, nel despota al comando. Ostinato nella sua malattia. Chi l’avrebbe mai detto che per spiegare la degenerazione politica contemporanea della Turchia bisognasse tornare a Petrarca?

E nella sua agilità e chiarezza, questo libello ha il grandissimo merito di non semplificare. In poco più di cento pagine, è capace di fornire, oltre alle informazioni essenziali, anche chiavi di lettura precise per avviare una riflessione seria sulla collocazione politico-culturale della Turchia contemporanea. Da un ventennio esatto, Erdoğan e il suo partito, l’AKP, sono al comando e hanno profondamente trasformato il paese, in varie fasi e in maniere radicalmente opposte e contraddittorie. Se infatti un primo decennio di governo è stato caratterizzato da segnali di apertura democratica, che hanno riportato sulla scena le questioni rimosse dalla storiografia nazionale (il genocidio armeno, la questione curda, lo spazio pubblico dell’identità islamica per decenni obliterata da un laicismo fanatico) e favorito lo sviluppo della società civile, è seguito poi un decennio di senso inverso. L’anno di volta è il 2013. Lo scenario interno è quello delle manifestazioni di Gezi Park e della violenta repressione poliziesca, nonché dei pesanti scandali di corruzione interna all’AKP. Ma c’è anche uno scenario regionale che ha avuto un ruolo decisivo: gli sviluppi della guerra in Siria, il colpo di stato in Egitto e la caduta di Morsi. Dopo il 2013, il percorso viene drasticamente invertito e nel giro di pochi anni, in tappe scandite che il libro ripercorre benissimo, la Turchia diventa un paese con un uomo solo al comando e la società civile silenziata. Un paese che alle recenti elezioni, pur stante una gravissima crisi economica e le ferite inflitte dal disastroso terremoto di febbraio, ha riconfermato Erdoğan presidente. Ostinato nella sua malattia, incapace – per mancanza di memoria – di capirne e affrontarne le ragioni. Spesso di fronte alle malattie ci si focalizza sul sintomo e si adottano farmaci che lo rimuovono, ma che non risolvono il problema alla radice. Qui Aktar fa il contrario: assume un atteggiamento eziologico e partendo da lontano, dai semi concettuali che stanno alla base delle civiltà, in poche chiarissime pagine, ci spiega le ragioni profonde del malessere turco presente.

LEGGI L’INTERVISTA A CENGIZ AKTAR