Dopo un violento terremoto di magnitudo 6.2 al largo delle coste coreane, il piccolo villaggio di Haewon viene in parte inghiottito da un maremoto e tagliato fuori dal resto del mondo. Il mare cambia volto, una nuova isola emerge dalle acque e un morbo misterioso comincia a diffondersi tra gli abitanti, alterandone il corpo e l’aspetto fino a renderli irriconoscibili. Mu-yeong ricorda bene il giorno in cui tutto ebbe inizio. Si trovava con sua nipote Hyeon-i alla stazione di Cheongnyangni quando il display del telefono comunicò a tutti che la temperatura dell’acqua stava salendo e che il rischio di un’eruzione sottomarina era alto. A distanza di tre anni, la piccola comunità di sopravvissuti cerca di adattarsi e convivere con effetti del morbo del Mare dell’Est. Mu-yeong è divenuta una “cacciatrice di infetti”, incaricata di contenere gli effetti dell’epidemia e di far rispettare l’obbligo di quarantena. Dall’alba al tramonto, effettua ronde armata di manganello e con un coltello militare agganciato al lato destro della cintura. Se scovare gli infetti è semplice (emanano un forte olezzo di pesce marcio) riconoscerli lo è ancora di più: la pelle è ricoperta di macchie ed eruzioni cutanee, il corpo è deformato, occhi sporgenti, calvizie, incisivi protesi in avanti. Pattuglia ogni angolo di quella cittadina, tormentata dalla necessità di scoprire cosa sia successo alla piccola Hyeon-i dopo la contrazione del morbo. “Non ho neppure potuto vedere il corpo”, si ripete, forse cercando di instillare qualche goccia di speranza nel suo animo disilluso da tutto quell’orrore. I giorni che li separano dalla fine della quarantena sembrano infiniti ma l’arrivo di un forestiero sembra creare un inaspettato diversivo nella macabra routine del villaggio. Ha U-jin, un ricercatore dell’Istituto coreano di infettivologia, arriva con l’autobus pubblico che costeggia la litoranea. Deciso a studiare il fenomeno nonostante il divieto di accesso al villaggio, si è preso un anno sabbatico per avviare la ricerca che spera porterà alla luce l’origine del contagio e i segreti nascosti oltre le acque che circondano il paese. Salvatore della comunità o ennesima vittima del morbo?

A Haewon non si muore soltanto di un morbo sconosciuto. Si muore soprattutto di isolamento. Abbandonato dalle istituzioni dopo un terremoto e la comparsa di una misteriosa epidemia, il villaggio costiero immaginato da Kim Bo-young diventa il laboratorio di una domanda che attraversa tutta la produzione dell’autrice: cosa accade quando ciò che definiamo “umano”, “normale” e “accettabile” smette improvvisamente di esserlo? In Il mare infetto, il contagio è solo il punto di partenza di una riflessione più ampia sull’identità, sulla paura della trasformazione e sul confine incerto che separa i mostri da chi pretende di riconoscerli e contenerli. Non è necessario essere dei cultori dell’opera di H.P. Lovecraft per intuire anche dopo poche decine di pagine che il racconto di Kim Bo-young riecheggia delle atmosfere del porto di Innsmouth e che la mutazione che affligge gli abitanti di Haewon sembra tratteggiare i lineamenti di creature figlie di Dagon. Se ad ogni modo aveste maturato dei dubbi lungo la lettura, a confutarli è la scrittrice stessa che, in una breve postfazione, racconta i retroscena legati alla nascita di questa storia particolare e inattesa. Per chi ha apprezzato le atmosfere fantascientifiche e distopiche dell’autrice coreana, già uscita in Italia sempre con add editore con L’origine della specie, questo racconto risulterà sicuramente qualcosa di diverso. I tratti horror e le atmosfere cupe prevalenti nella narrazione weird sono ripresi dalla scrittrice e contestualizzati in territorio coreano in un’epoca moderna. La sua profonda attenzione al legame tra uomo, natura e clima trova spazio proprio nell’antefatto della storia, che nasce da un evento climatico importante: l’eruzione di un vulcano sottomarino e la diffusione di uno strano morbo capace di mutare lentamente l’aspetto degli esseri umani infettati. Non parliamo di un virus e di una pandemia, Kim Bo-young prende le distanze da citazioni legate al COVID. Il suo è un mutamento che porta le persone a cambiare intrinsecamente, a divenire esseri con pulsioni e necessità molto diverse da quelle umane. Mu-yeong caccia gli infetti e fa in modo che rispettino le regole imposte internamente dalla comunità per limitare i contatti a rischio. Nell’epidemia ha perso la sua giovane nipotina; restia a lasciare il piccolo villaggio, immola la sua vita nel costruirsi quello che può sembrare a tutti gli effetti un percorso di redenzione personale ma che, purtroppo, non porta sollievo al suo cuore tormentato. In poco più di un centinaio di pagine, Kim Bo-young riesce a condensare horror, fantascienza e riflessione sociale senza sacrificare la forza immaginifica del racconto. L’isola che emerge dal mare, le trasformazioni degli infetti e la desolazione di Haewon non sono soltanto elementi di una narrazione perturbante, ma diventano strumenti attraverso cui interrogare le nostre idee di normalità, appartenenza e convivenza. Un piccolo racconto che dialoga apertamente con Lovecraft, ricalcandone la potenza descrittiva ed evocativa, ma che trova la propria identità scegliendo di raccontare paure profondamente contemporanee.