Salta al contenuto principale

Il mare in salita

Il mare in salita

È martedì e di martedì a Sanremo c’è il mercato. Sotto il sole delle tre del pomeriggio l’asfalto è diventato incandescente e gli ambulanti hanno fretta di mettere via. Molti furgoni se ne sono già andati. Si capisce se sono vuoti o pieni dallo sbuffo della marmitta e dai giri che fa il motore per partire. Le ruote, passando, schiacciano cartacce, bucce, mozziconi di sigaretta. Tzu Yu ha lo sguardo rivolto verso il mercato coperto, che ha già chiuso e sono rimasti solo gli inservienti – se ne vedono le sagome attraverso la saracinesca – a passare lo straccio. Tutta la zona odora di catrame e strisciate di pneumatico, mentre il vociare degli ambulanti che piegano le magliette e le pressano nei cartoni delle banane si mescola a quello di chi si manda benevolmente a quel paese, tirando fuori tutta una parentela infinita di fratelli o cugini. Mei Te, da bravo cinese, è sempre l’ultimo a riordinare. Aiutato da Tzu Yu, ripiega ogni maglietta con estrema cura e la controlla e ricontrolla, prima di caricarla sul furgone. Mentre i furgoni degli italiani sono già per strada, i senegalesi osservano i cinesi sbaraccare e, intanto, bevono bibite in lattina e attendono le loro donne, che li raggiungono nelle loro treccine colorate e scarpe con le zeppe leopardate. Trascorrono lì il pomeriggio, o parte di esso, perché chi tra loro ha qualcosa da vendere, lo fa di sera, nei vicoli di Sanremo o direttamente nelle case. Certo che Sanremo la conoscono tutti, e questo dà soddisfazione. Mentre Imperia è di più difficile collocazione – si potrebbe addirittura confondere con Isernia, che è in Molise, anche se poi nessuno sa davvero dove sia il Molise – Sanremo no, quella tutti sanno che c’è. Perché Sanremo è la Città dei Fiori, c’è il Festival. Ogni primavera i fiori di Sanremo sfoggiano il loro incanto durante la manifestazione Sanremo in Fiore, che ha oltre un secolo di vita...

Quando un autore ha stoffa, la si ritrova anche nelle sue prime produzioni, le più acerbe. E Rosella Postorino la stoffa ce l’ha e l’ha ampiamente dimostrato con diversi dei suoi romanzi, diventati in breve dei veri e propri must. Anche in questo lavoro, pubblicato per la prima volta da Laterza nel 2011, si coglie tutta la ricchezza di una penna capace di catturare il dettaglio e renderlo con un’accuratezza e un’attenzione degne di nota. Sebbene si tratti di uno dei suoi primi lavori, già sono evidenti i tratti caratteristici della sua voce autorale. Il romanzo è in realtà un pellegrinaggio nei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza e diventa occasione per richiamare alla mente sensazioni ed emozioni che si pensavano dimenticate, ma che non lo sono affatto. I ricordi si affacciano a intermittenza e raccontano di un passato prossimo ricco di immagini, suoni, odori e colori: le chiacchiere con gli amici, le gite con la famiglia e la scuola, l’attesa dell’estate per tuffarsi nelle acque del mar ligure, i primi battiti di cuore e i primi appostamenti per incontrare – in modo solo apparentemente casuale – il bello del paese, che spesso coincide poi con il bullo di turno. Immagini che acquistano spessore e profondità grazie alla penna della Postorino, che sa usare le parole, ricercare ogni volta la sfumatura giusta capace di definire una sensazione tattile, visiva o uditiva e trasmetterla al lettore, fargliela gustare e apprezzare appieno. Una storia zeppa di rievocazioni di fatti e personaggi storici, di descrizioni di scenari, santuari, chiese e altri particolari architettonici raccontati con trasporto ed estrema precisione. C’è tanto, forse troppo materiale narrativo in questo testo, caratterizzato dallo stile coinvolgente cui la Postorino ha abituato i suoi lettori e mostra la potenza scrittoria di chi sa osservare con gli occhi del cuore un panorama, un paesaggio, una scena di vita quotidiana, un momento di scambio tra persone.