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Il Messicano

1910, Texas. La Rivoluzione Messicana sta per scoppiare, ma già i servizi segreti del dittatore Porfirio Díaz danno la caccia ai cospiratori e arresti, torture e fucilazioni sono all’ordine del giorno. Ovvio quindi che i membri della Junta siano molto diffidenti con gli aspiranti rivoluzionari, timorosi che si tratti di spie al soldo del regime. È proprio quello che i rivoluzionari sospettano di Felipe Rivera, un diciottenne cupo e taciturno con negli occhi “un che di velenoso, che faceva pensare a un serpente”. Paulino Vera, Arellano, Ramos e la minuta Mrs Sethby avvertono istintivamente in lui una sorda rabbia che spaventa persino chi sta preparando un’insurrezione armata. Per metterlo alla prova, gli assegnano lavori umili, faticosi e che nulla hanno a che vedere con la rivoluzione: lavare i pavimenti, le finestre, persino le sputacchiere. Felipe accetta con sospetto e irritazione, ma si rimbocca le maniche ed esegue gli ordini. Nessuno sa come si procuri da mangiare né dove alloggi. Dopo qualche giorno chiede di dormire nei locali dove si riuniscono i rivoluzionari: la richiesta viene respinta e giudicata con molto sospetto, sembra proprio una scusa per poter frugare liberamente nel materiale, accedere alle liste dei compagni e ai loro indirizzi. Deluso, Rivera non torna più sull’argomento. Intanto la Junta finisce i soldi, i membri si autotassano ma non è sufficiente: quando il padrone dei locali dove si riuniscono minaccia di sfrattarli, Felipe Rivera con un gesto teatrale dona sessanta dollari d’oro alla causa, lasciando tutti a bocca aperta. Dove diavolo ha preso i soldi quel “ragazzo delle pulizie dai vestiti dozzinali, sciupati e logori”? E la cosa si ripete dopo un po’, quando Rivera compra mille francobolli da due centesimi per salvare una campagna di informazione della Junta. Che si tratti del “maledetto oro di Díaz”? Però serve lo stesso. E Felipe Rivera continua a strofinare i pavimenti “per la Rivoluzione” e a portare denaro ogni volta che serve. Qual è il suo segreto? Ci si può fidare di lui oppure no?

Scritto nel 1911, in piena Rivoluzione messicana, mentre Jack London era inviato a El Paso, al confine con il Messico, questo racconto emozionante – qui presentato con la curatela di Giampaolo Mascheroni e con testo originale a fronte – uscì dapprima sul “Saturday Evening Post” e in volume nel 1913, inserito nell’antologia Nato di notte. La figura del tormentato, selvaggio Felipe Rivera di London è ispirata a una persona realmente esistita, un giovane pugile che con lo pseudonimo di Joe Rivers combatté numerosi incontri in quegli anni per finanziare la Junta Revolucionaria Mexicana in esilio negli Stati Uniti. Pieno di rabbia per il massacro dei suoi genitori, avvenuto durante lo sciopero di Rio Blanco, nel 1907, Rivera partecipa a combattimenti di boxe esclusivamente per soldi (che servano al suo sostentamento o alla causa della rivoluzione non importa) ma in realtà è mosso dalla vendetta, una nera e implacabile vendetta che gli dona – forse più della passione politica – una forza e una resistenza sovrumane, che gli permettono di vincere un epico, massacrante combattimento in diciassette riprese contro il campione locale Danny Ward, combattimento che London racconta in tempo reale durante tutta la seconda parte del racconto, con uno stile molto cinematografico: e infatti la storia attirò sin da subito l’attenzione del mitico regista sovietico Sergej Ėjzenštejn, che ne curò un allestimento teatrale, e nel 1952 Herbert Cline ne trasse un film, The Fighter, interpretato da Richard Conte, Vanessa Brown e Lee J. Cobb. L’immagine del diciottenne messicano coperto di sangue e sudore che praticamente costringe l’arbitro del match, corrotto e riluttante, ad alzare il suo braccio e dichiararlo vincitore nel silenzio di un pubblico ostile è potentissima e rende perfettamente l’idea del clima sociale e politico del tempo, oltre che della militanza politica di London, peraltro mai nascosta. Un piccolo gioiellino letterario che La Vita Felice riporta in libreria in una edizione molto gradevole anche esteticamente.