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Il mio cane preferisce Tolstoj

Il mio cane preferisce Tolstoj

Adelmo è nella sua grande e vuota casa di campagna. Sua sorella vive dall’altra parte del mondo, in Australia, con il marito e le figlie e non manca mai di chiedergli di raggiungerli. Adelmo, in arte il Grande Santini, vive isolato dal mondo in un piccolo paesino con la sola compagnia del suo cane, il Piccolo Santini, che meglio di chiunque altro riesce a comprenderlo. Gli sono rimasti pochi amici, il più vicino sicuramente il fumettista Gilli: fugge dal suo passato, dai suoi fallimenti, vuole prendere distanza dalla vita che ha vissuto, dalla televisione che lo ha reso famoso per un po’, che lo ha corteggiato, che gli ha permesso di scrivere alcuni libri, libri che oltre la fama ancora oggi a distanza di tempo e spazio da quella che sembra una vita passata sembrano gettare ombre sul suo presente. Un giovane ragazzo suo omonimo, infatti, si presenta una mattina alla porta con una lettera in mano, l’ha ricevuta per sbaglio ed è chiaro che l’Adelmo Santini destinatario di quelle minacce non è certo il giovane arrivato dai campi con una bicicletta bianca, che si è preso la briga di rintracciarlo e di consegnare quelle minacce al legittimo proprietario. Ma a ben pensarci come ci è riuscito?

Il mio cane preferisce Tolstoj è una storia sui generis, difficile anche da inquadrare in un precisa tipologia narrativa, potremmo dire che ha una trama gialla perché all’atto pratico inizia con una lettera minatoria e da lì si dipana una sorta di indagine volta a scoprire chi, tra le tante persone che possano avercela con il protagonista, sia tanto determinato a punirlo, ma allo stesso tempo non sbagliamo se diciamo che si tratta di un memoir, dal momento che la ricerca del possibile mittente della missiva si trasforma in un viaggio in un passato se pur recente. Il protagonista è infatti costretto a ripercorrere gli anni passati e ritornare, non senza difficoltà, su cicatrici ancora non perfettamente rimarginate. Ma possiamo comunque considerare questo romanzo come una fotografia di un preciso momento della nostra comune storia, un’istantanea di una generazione, quella che ha vissuto gli anni d’oro della televisione, capace di illudersi e convinta che tutto sia possibile in un mondo fatto di lustrini e paillettes, capace di trasformare radicalmente e irrimediabilmente la vita di chi riesce ad andare appena oltre lo schermo.