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Il mio nome è Aoise

Il mio nome è Aoise

Nei dintorni di Castelvolturno, in un giorno qualunque di questo decennio del XXI secolo. Il corpo di Erabon è al servizio di chi ha bisogno di placare la rabbia, uno sfogo per le frustrazioni. Quindici euro e il tempo contato, quanto basta per sorvolare sullo squallore del luogo, sugli odori spiacevoli, sui lividi. “Prostituirsi non era facile, almeno all’inizio”. Ma un metodo di formazione quelli lo avevano trovato: “L’avevano violentata, l’avevano lasciata a terra e poi le avevano detto adesso sai come si fa”. Sono sufficienti pochi giorni e decine di uomini al giorno ed è fatta: ti senti una puttana, lo sei diventata. Unico sollievo: i clienti sono tutti neri, come lei. Capita così che, durante il fugace atto sessuale, si avverta un senso di appartenenza. Le sisters, le compagne di sventura, le avevano raccontato quanto fossero sadici, i bianchi, loro facevano cose terribili alle prostitute di strada. Erabon le sue sorelle stavano in una casa, almeno: una luce rossa a intermittenza le avvertiva che un nuovo cliente era in attesa al piano di sotto. Ogni volta che sente il suo nuovo nome - Erabon - lei ripensa ai documenti contraffatti, al debito che la imprigiona in quell’inferno, all’incantesimo malefico che la incatena, al sogno infranto di fare la parrucchiera, e al nome perso, forse per sempre. Aoise si chiamava; in nigeriano significa “felicità per tutti i giorni”…

Nell’elencazione degli orrori del mondo contemporaneo, il fenomeno della tratta delle donne africane per il mercato del sesso è sempre più evanescente. Eppure esiste e continua a imperversare. Tutto è in mano alle mafie africane, a reti criminali articolati su più continenti, sostenute da caporali che reclutano in diversi paesi africani donne giovanissime, incastrandole con la lusinga del lavoro in Europa, con riti magici e giuramenti, minacce, estorsioni. Lo spiega bene nella prefazione a questo saggio Alex Zanottelli, missionario comboniano attivissimo su questi fronti della disumanità. Tutto quello che accade durante la tratta, però, non è che l’inizio: il peggio arriva una volta traversato il Mediterraneo, e anche in Italia, dove comincia il racconto di Erabon/Aoise. La sua storia è affidata al racconto di Marta Correggia, magistrato della Procura di Santa Maria Capua Vetere che ha conosciuto tante vittime. In questo romanzo sembra condensare le centinaia di storie di vita e di testimonianze degli interrogatori in una sola storia, simbolica eppure vera. La narrazione non fa sconti: è durissimo leggere il precipitare di un’esistenza nell’abisso di una violenza priva di un punto di arrivo. Niente sogni alla Pretty Woman, e pochissimi gli eroi che giungono tempestivamente a salvare i buoni. Se Aoise e quelle come lei si salveranno, sarà per il coraggio e la coscienza di quanti, fra noi, non cederanno all’indifferenza.