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Il mio solo tormento - Canto da El-Agheila

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Questo è un canto che parla di tormento. Tormento per la ristrettezza, i lavori forzati, il supplizio inflitto alle nostre figlie. Questo è un canto che parla di perdita: la perdita dei nostri cavalli, la perdita dei nostri nobili pastori, la perdita dei nostri giovani: “i fascisti li hanno presi / come datteri maturi”. “La perdita di un popolo buono e gentile /sopraffatto da bestie grottesche”. Un tempo avevo dignità e rispetto, ora in questo campo abietto, mi dominano impotenza e castigo: “La mia parola sottomessa”. “I miei migliori compagni che sulle loro cavalcature si battevano e resistevano coraggiosamente sotto la pioggia dei proiettili, ora piegano il capo / davanti ai fascisti / come concubine sottomesse”: Omar al-Mukhtar è morto, “una luce si è estinta”. Questo è un canto che parla di nostalgia, nostalgia delle terre e dei villaggi della mia infanzia perduta. Questo è un canto che nessuna penna ha mai scritto su carta, ma viaggia sulle bocche di noi prigionieri. Solo lui, il canto, uscirà vivo un giorno da questo “campo abietto”…

Cirenaica, 1931. Mussolini, Badoglio e Graziani orchestrano il genocidio del popolo libico che resiste all’occupazione fascista con i guerriglieri di Omar al-Mukhtar. Nel campo di El-Agheila ci sono 10.000 detenuti. La metà morirà durante la detenzione. Scrive Badoglio a Graziani: “Perseguire la via anche se dovesse perire tutta la popolazione Cirenaica”. Rajab Abuhweish compone a memoria questo canto, questa litania della sconfitta e dell’orgoglio, e lo consegna ai suoi compagni di detenzione. Qualcuno uscirà vivo da lì e consegnerà quel canto al tempo, alla memoria dolorosa del popolo libico, massacrato e sottomesso dai colonizzatori italiani. Pochi versi di una potenza esplosiva, lacerante. Bellissimi nella loro semplicità. I traduttori lo scoprono grazie alla lettura di Il ritorno di Hisham Matar e decidono che è importante tradurlo in italiano. L’Italia deve fare i conti, con ritardo colpevole, con il proprio passato coloniale. Non si può non essere d’accordo con Antonio Scurati, che firma la prefazione, concisa ma utilissima per cogliere il contesto del Canto: “C’è un rapporto direttamente proporzionale tra la pervicace rimozione del nostro ruolo di carnefici nella storia coloniale e la nostra attuale predisposizione a continuare a pensarci come vittime dei nuovi fenomeni migratori.” Come non riportare alla mente i moderni campi di detenzione libici cui l’Italia contribuisce pur di non vedere arrivare richiedenti asilo sulle proprie coste? Passato e presente si intrecciano in un colpevole nodo di ignoranza ed oblio. Questo libriccino è un cuneo che incide in maniera secca e profonda la liturgia autoassolutoria di noi “italiani brava gente”. Piccolo e necessario.