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Il mondo in pugno - Storie di ragazzi prodigiosi

Il mondo in pugno - Storie di ragazzi prodigiosi

Sua madre Regina Fischer nasce in Svizzera da una famiglia ebraica poi trasferitasi negli Stati Uniti. Lui, Bobby, nasce a Chicago il 9 marzo 1943 dalla relazione che la madre ha con il biofisico comunista Paul Nemenyi, già conosciuto anni prima e ritrovato a Denver nel 1942, sposato e padre di un figlio. Regina fa scrivere sul certificato di nascita di Bobby che il padre è l’ex marito Hans Gerhard Fischer, anche se in realtà questi, dopo che la moglie è partita per gli Stati Uniti e lui si è trasferito in Cile, non l’ha mai raggiunta in America dopo la separazione. Verso i sei anni Bobby comincia a interessarsi ai giochi da tavolo in cui è necessario utilizzare la massima concentrazione. Gioca spesso con sua sorella Joan che un giorno, di ritorno dalla bottega in cui i due fratelli acquistano di solito riviste e giocattoli, gli regala una scacchiera pieghevole di cartone, con i vari pezzi in plastica. Bobby si appassiona subito al gioco, perché è molto più complicato di quelli che già conosce e spesso, non riuscendo a trovare un avversario, sfida se stesso. Gioca la sua prima vera partita a sette anni. Perde, ma il presidente del Brooklyn Chess Club riconosce in lui la stoffa del campione e chiede a Regina di portarlo ogni venerdì al circolo, dove avrà modo di allenarsi... La corsa, per Jesse Owens, è una passione fin da piccolo, quando vive con i genitori e nove tra fratelli e sorelle a Oakville. Due sono gli allenatori che, mentre lui studia e lavora, lo aiutano a diventare un mito dell’atletica. Alle Olimpiadi del 1936 vince quattro medaglie d’oro e batte anche un atleta mandato in campo dal Führer in persona, Luz Long. I due diventano amici, anche se Hitler, quel giorno, si rifiuta di fermarsi alla premiazione per evitare di stringergli la mano. Anche il governo americano non gli offre i riconoscimenti che Jesse merita. Roosevelt cancella la sua visita alla Casa Bianca, perché l’atleta è un nero e il presidente teme le reazioni degli Stati del Sud. Quando, dopo la sfilata d’onore dei campioni a New York, Owens deve rientrare in albergo, gli viene proibito di transitare per l’ingresso principale, e deve salire in camera servendosi di un montacarichi...

Com’è stata l’adolescenza di Mary Shelley? Cosa sognava di diventare Clara Schumann, la più grande pianista dell’Ottocento? E quando Orson Welles ha capito che sarebbe diventato un celebre attore, registra, produttore e scrittore? Cinzia Tani raccoglie le storie di personaggi che hanno segnato un’epoca, anzi due. Racconta infanzia e adolescenza di personaggi eccezionali dell’Ottocento e del Novecento: figure carismatiche che hanno lasciato un segno e si sono distinte negli ambiti più vari. Ci sono atleti, compositori, attori, scrittori; sono giovani che si sono realizzati, hanno inseguito un ideale, si sono prefissi un obiettivo e hanno lottato per raggiungerlo. Ma a che prezzo? Quali sono stati i compromessi cui si sono dovuti piegare? Quali le delusioni che li hanno, in alcuni momenti, fiaccati; quali gli errori commessi; quali i rimpianti e quali le rinunce con cui si sono dovuti confrontare? L’autrice, attraverso un meticoloso lavoro di ricerca che emerge da ogni singola pagina e mostra l’attenzione con cui sono stati scovati particolari apparentemente meno noti ma decisamente significativi per i personaggi di cui viene raccontata la storia, offre al lettore una carrellata di nomi noti che spaziano da Charlie Chaplin a Pablo Picasso, da Nelly Bly a Marie Curie, da Guglielmo Marconi a Charles Darwin. Di ciascuno la Tani coglie le doti innate, le capacità di sacrificio in nome di un traguardo da raggiungere, l’aiuto o l’indifferenza da parte del resto della famiglia, le condizioni economiche, sociali e culturali all’interno delle quali ciascuna figura si muove e cerca la propria realizzazione. Si tratta di pagine ricche di aneddoti – alcuni noti e altri del tutto sconosciuti ai più – che spingono il lettore a compiere un inevitabile paragone con la realtà odierna, quella in cui troppo spesso si punta il dito su un’adolescenza guasta, fatta da ragazzini violenti, che fanno parte di baby gang e che si distinguono solo per atti vandalici o atteggiamenti aggressivi. Che cosa manca a questi ragazzi? Perché sono tanto diversi da quelli che la Tani presenta? Perché sono privi di un sano spirito di competizione, che li motivi a superarsi e a realizzarsi nel campo cui la loro passione li indirizza? Quanto responsabilità hanno, in questo fallimento, la famiglia, la scuola e la società? Interrogativi interessanti per i quali l’autrice non fornisce alcuna risposta, ma offre un campionario umano che sarebbe bene far conoscere agli adolescenti di oggi, invitandoli a trovare nelle loro storie modelli virtuosi cui ispirarsi.