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Il montaggio

Il montaggio

Il piano è molto semplice: conquistare lo Stato nemico dall’interno, soggiogarlo, senza distruggerlo. Per farlo basta seguire tredici regole, tanto facili quanto apparentemente banali: “1. Discredita il bene / 2. Comprometti i capi / 3. Fa’ vacillare la loro fede, abbandonali al disprezzo / 4. Serviti di uomini vili / 5. Disorganizza le autorità / 6. Semina la discordia fra i cittadini / 7. Sobilla i giovani contro i vecchi / 8. Ridicolizza le tradizioni / 9. Sconvolgi i rifornimenti / 10. Fa’ ascoltare musiche lascive / 11. Diffondi la lussuria / 12. Sborsa / 13. Sii informato”. Aleksandr Dmitrič Psar è stato allevato per questo, questo gli ha suggerito ed insegnato Iakov, che a sua volta l’ha imparato da Abdulrakmanov. Ed Aleksandr è stato scelto direttamente da Abdulrakmanov che scorge in lui le potenzialità per diventare un “agente d’influenza”, un sabotatore di verità: la Seconda guerra mondiale è ormai cosa vecchia a Parigi, ma i russi che sono emigrati lì continuano ad essere considerati come dei poco di buono, degli ospiti. Dmitri, il padre di Aleksandr, un russo fedele all’impero e scappato alla rivoluzione rossa, lo implora in punto di morte: “ritorna in Russia, fallo per me”. In effetti, nonostante lo zelo che ci ha messo per dimostrare di essersi convertito alla fede dei Soviet, nonostante la tenacia con la quale ha seguito i corsi di ideologia sovietica, Dmitri vede sfumare il suo sogno, viene lasciato in attesa; adesso che è un russo puro, gli tolgono il passaporto e lo convincono ad aspettare il suo momento. Fino alla morte. Aleksandr Psar vive solo per realizzare il sogno del padre, orami diventato anche il suo, così non si lascia sfuggire l’occasione e accetta l’incarico di diventare un agente del KGB, con dei compiti speciali: disseminare verità, quella dei Soviet...

Scritto in modo tagliente e vivace, mirabilmente tradotto da Laura Lovisetti Fuà, il testo di Vladimir Volkoff, datato 1982, anno della morte di Leonid Brežnev, è un capolavoro di ironia e cinismo, ma sostenuto da una robusta intelaiatura di fatti reali, magistralmente trasfigurati dall’autore. Si direbbe un saggio di spionaggio, incentrato su un disegno verosimile del KGB sovietico, cioè conquistare, almeno culturalmente, la Francia post-bellica con una campagna assennata e mirata di disinformazione e propaganda. Psar, infatti, ha il compito di organizzare ed orientare il pensiero dei francesi puntando su una rivoluzione linguistica: “Mi è stato insegnato che, per attentare alla libertà, bisogna attentare al pensiero, ma io andrò più lontano: per attaccare il pensiero, è opportuno attaccare la lingua”. Volkoff, con uno stile vivo ed accurato, descrive cosa deve fare davvero una spia, cioè insinuarsi nelle pieghe dei pensieri, camuffarsi, distorcere la realtà e proporre la confusione: l’obiettivo è infatti “demolire l’ordine vecchio senza proporre nulla di preciso per sostituirlo: soltanto quando sarà diventato completamente incapace di difendersi, allora si potrà introdurre l’ordine nuovo”. Un bel romanzo, una lettura scorrevole, divertente e allo stesso tempo profonda: Volkoff, da apolide ed esule, ragiona attraverso Psar - un suo quasi alter ego - sull’appartenenza e sull’identità di una persona e di un popolo, sulla possibilità di sabotare la verità per imporne un’altra devastante, sul senso delle origini e del ritorno.