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Il monte del Tempio

Il monte del tempio. Ebraismo, Islām e la roccia contesa

Monte del Tempio (altrimenti Haram el-Sharif) è il nome dato da parte ebraica alla collina della città vecchia di Gerusalemme sulla base della convinzione che lì siano sorti i due grandi Templi: quello attribuito dalle Scritture a Re Salomone e distrutto dai Babilonesi nel VI secolo a.C. e quello ricostruito alla fine dello stesso secolo e distrutto infine mezzo millennio dopo dai Romani guidati da Tito Flavio Vespasiano. Il terzo ed eventuale tempio – così i convincimenti ebraici ortodossi – sarà costruito nell’epoca dell’avvento del Messia. Tuttavia, sulla collina ritenuta – senza che ci siano in realtà cospicue prove archeologiche – il luogo del Tempio, sorgono già dal VII secolo d.C. la Cupola della Roccia e la Moschea di Al-Aqsa, i più antichi edifici sacri islamici al mondo. Una stratificazione che, includendo anche la parentesi cristiana, sovrappone i tre grandi monoteismi, mediterranei prima e poi mondiali. Dal 7 giugno 1967 quel sito, parte di Gerusalemme est, è sotto occupazione israeliana. La più lunga occupazione della storia moderna, più volte dichiarata illegale dall’Assemblea Generale dell’ONU. Già l’anno seguente all’occupazione, Israele aveva avviato scavi archeologici sotto la Cupola della Roccia (poi condannati dall’UNESCO). Il sito è da sempre stato motivo di attrito fra le due comunità. Nel 2000 Ariel Sharon – grande fautore degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania e all’epoca a capo dell’opposizione – vi compì la sua famosa e provocatoria sfilata che diede l’innesco alla Seconda Intifada. Nel 1969 un seguace australiano della Chiesa Evangelica tentò di dare fuoco alla Moschea, sperando così di accelerare la venuta del Messia. Meno di un anno fa (aprile 2023) la spianata è stata teatro dei violenti scontri fra i fedeli musulmani che celebravano il mese del Ramadan e la polizia israeliana. Si tratta dunque di un sito altamente controverso, sul quale i tre monoteismi nutrono a loro modo un forte attaccamento e in alcuni casi una escatologica aspettativa futura. Un sito da più di cinquant’anni controllato da una forza occupante (sebbene la gestione sia affidata alla giordana Fondazione Gerusalemme) e ambito da organizzazioni di estrema destra israeliana come l’autoproclamata Amministrazione del Monte del Tempio, attorno alla quale gravitano esponenti dell’attuale governo di Tel Aviv. Lo studio proposto in questo libro si dà il compito molto semplice – a tratti quasi banale – di presentare e analizzare le fonti letterarie arabe tradizionali che riconoscono la storia ebraica del Monte del Tempio. Non dev’essere stato difficile per i curatori trovare decine di fonti arabe che confermano e replicano uno strettissimo legame degli ebrei con quel sito fino al 70 d.C. Si va da fonti antiche a fonti contemporanee e si analizzano infine fonti contemporanee che, da un certo punto in poi, negano capziosamente ogni legame ebraico con la spianata delle moschee…

Le premesse da cui muove il saggio però appaiono altrimenti controverse. Come confessato dall’Introduzione, il libro muove infatti da una preoccupazione invero singolare. Si parte infatti citando una delibera dell’UNESCO che riconosce quello spazio come un luogo sacro esclusivamente islamico. Secondo gli autori questa delibera sarebbe il frutto della pressione esercitata dal mondo arabo sulle istituzioni internazionali. Si ribalta l’ordine delle forze in campo: la forza occupante (da più di cinquant’anni) viene descritta come parte vittima di soverchianti pressioni esterne. Si condannano quindi le “intromissioni” di organi terzi, sempre l’UNESCO, che nel 1968 osa condannare gli scavi archeologici messi in campo dalla forza occupante; che nel 1981 riconosce Gerusalemme come Patrimonio dell’Umanità senza che la forza occupante ne avesse fatto richiesta; che l’anno seguente nel 1982 inserisce Gerusalemme nella lista del patrimonio dell’umanità in pericolo, ponendo sotto un serio scrutinio le attività archeologiche israeliana (al fine ovvio di tutelare un bene collettivo universale in un contesto di occupazione militare e di controverse rivendicazioni); che nel 2010 osa condannare le misure illegali prese dalla polizia israeliana per impedire la libertà di culto ai fedeli musulmani, che altrimenti aveva avuto liberamente accesso al sito per i precedenti 1300 anni. Secondo gli autori tutto ciò metterebbe in discussione e in pericolo il legame ebraico con il Monte del Tempio. Pertanto, queste – a parere di chi scrive qui, sacrosante – misure prese dalle Nazioni Unite, sono labilmente collegate s esempi di propaganda islamica che con ovvi anacronismi mira a negare la connessione giudaica con la Spianata. Mai però si cerca una ragione di questa – invero ridicola e artificiosa – negazione. Ragioni che dovrebbero mettere in evidenza l’aggressione giudaica alle terre palestinesi, gli insediamenti coloniali illegali e in generale una volontà chiara di riscrivere la storia culturale di quei territori scavalcando la realtà consolidata con un salto indietro di circa duemila anni. Mai si racconta di come ogni anno l’accesso alla Moschea Al-Aqsa sia reso problematico da parte della polizia israeliana ai fedeli musulmani che vi si recano in preghiera. Mai si mette in chiaro che la risoluzione UNESCO (https://whc.unesco.org/en/decisions/6818/) da cui il libro prende le mosse e critica, solleva una lunga serie di preoccupazioni ben argomentate e circostanziate sul “trattamento” israeliano riservato alla spianata, citando scavi archeologici illegali, danni causati dalla forze dell’ordine, il blocco israeliano di progetti di ristrutturazione, i rischi generati dalla costruzione di una linea di tram e di ulteriori progetti che altererebbero l’integrità culturale del luogo. Mai peraltro, se non in passim, si cita la minaccia opposta alla negazione islamica del legame ebraico con questo luogo. Ovvero la dichiarata volontà di alcuni gruppi estremisti israeliani di destra, come Lehava (con più di diecimila seguaci) che solo due anni fa - nell’anno di pubblicazione di questo libro - invitava i coloni a riunirsi sulla spianata nell’anniversario dell’occupazione militare di Gerusalemme per demolire la Cupola della Roccia, l’edificio islamico più antico oggi esistente. O, in aggiunta, la presenza di associazioni come “L’Istituto del Tempio” oppure come il Temple Mount Faithful, che raccolgono fondi anche dal governo e da ricchi miliardari, e si pongono come obiettivo il “divino comandamento” della costruzione del Terzo Tempio proprio sul sito in cui sorgono i luoghi di culto islamici (al loro posto?). Né si cita mai che nel mondo ci sono decine di milioni di sionisti cristiani (di varie denominazioni) che anch’essi aspettano la ricostruzione del Terzo Tempio. Considerando gli equilibri economici e militari delle forze in campo, l’occupazione militare lunga sei decenni, il protrarsi degli insediamenti illegali e l‘ascesa al governo dei partiti di estrema destra in Israele, parrebbe di dover constatare che a essere in pericolo è proprio l’evidente, esistente e ininterrotto - nel corso degli scorsi quattordici secoli - legame musulmano con la Spianata delle Moschee. Per fortuna, azzardo un parere in opposizione agli autori, ci siamo dotati di istituzioni internazionali e indipendenti che fanno del loro meglio per salvaguardare il patrimonio culturale dell’umanità. Dunque sebbene il punto centrale del libro sia alquanto semplice e difficilmente contestabile, esso si pone quale strumento di un discorso generale riguardante il Monte del Tempio altamente problematico e per alcuni aspetti pericoloso.