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Il mostro di Firenze e altri racconti

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Un mattino limpido, di un dorato autunno romano, Lodovica sente il cuore lieto librarsi in un cielo sorridente. Cammina svelta, recando con sé forse un vocabolario di Greco, forse è preoccupata: forse la sua anima è già stata raggiunta dalla malinconia dell’adolescenza. O forse è davvero serena, ma in viale dei Quattro Venti un meccanico riesce a mandare in frantumi quella serenità dolce… Ora, che frequenta il primo anno di Filosofia, si sente sperduta, lontana dai personaggi familiari quantunque ridicoli dei suoi anni al Liceo, lontana dalle agguerrite femministe di via Pompeo Magno e ancora Hans non è entrato nella sua vita. Frequenta i cinema: il Rialto dal magico soffitto, il Nuovo Olimpia dalle fluide pareti; ed è in un cinema che una distinta signora la invita ad andarla a trovare, in via Nazionale, in quella che scopre poi essere una casa di appuntamenti. Una futura scrittrice, un genio originale: scambiato per una puttana… E poi quell’affittacamere come un altro, dal quale vive per alcuni mesi insieme ad Hans. Quell’affittacamere che squisitamente ammanierato gira tuttavia per casa in mutande, che alleva piccioni in una soffitta segreta, scoperto nella sua passione di voyeur: che non sia lui il mostro di Firenze? In quella casa, il morboso e il ripugnante si percepiscono chiaramente… E quei laidi militari, durante l’avventuroso viaggio in nave con Marilina… E ancora i Turchi, il borghesotto francese, quel giornalista dei tanti e gli altri feroci animali maschi, ad ammorbare un mondo vasto e una vita ricca di passioni e di momenti poetici…

Ventisei racconti e un “gran carosello finale” compongono questo volume di neanche duecento pagine, che è valso a Lodovica San Guedoro la sua quinta candidatura al premio Strega, questa volta presentata da Franco Cardini. Sono racconti molto brevi, scorci fugaci sulla vita dell’autrice, ognuno un evento lampante e straniante: situazioni amene od oniriche, ricordi vaghi, avventure di vita che vengono inaspettatamente lacerate da una molestia sessuale, una violenza, un tentativo di stupro. Quello che emerge, e che è ben esplicitato dall’autrice, è il senso costante di minaccia e di ingiusta colpevolizzazione che vive una donna, specie in Italia, anche nelle situazioni che dovrebbero essere tranquille e piacevoli. E però sono molti gli aspetti della narrazione che lasciano interdetti: la prosa un po’ affettata e di maniera; il dilungarsi in futili dettagli autobiografici senza nessi con gli eventi; la stranezza di certe situazioni, a metà tra il comico e l’imbarazzante; lo sgradevole astio dell’autrice nei confronti delle – cito – puttane, o delle baldracche che indossano hot pants e tacchi alti e “pretendono, intanto, di non essere molestate dagli uomini” (sic!); una narrazione che raramente è più che semplice aneddotica; soprattutto, la ridondanza di uno schema narrativo reiterato uguale per quasi tutti e ventisei i racconti. Insomma: questo esperimento narrativo, di una scrittrice indubbiamente talentuosa, è forse una raffinatissima opera grottesca e antiletteraria rimasta incompresa dal semplice recensore che ora ne scrive; ma il risultato è – spiace dirlo – a tratti stucchevole.