Fine degli anni Venti dell’Ottocento, Lincolnshire, Inghilterra. Siamo presso il Mulino di Dorlcote, vicino alla città di Saint Ogg’s, dove il fiume Floss incontra la marea e il piccolo Ripple confluisce nella sua corrente. Il paesaggio è dominato dall’acqua, dai prati, dalle siepi, dai campi coltivati e dai vecchi alberi che circondano il mulino. È un pomeriggio di febbraio: la corrente è gonfia, la ruota del mulino gira incessantemente e il rumore dell’acqua si unisce a quello delle macchine. Un carro carico di sacchi di grano attraversa il ponte, trainato da cavalli che avanzano con fatica verso casa. Sulla riva, una bambina osserva immobile il movimento della ruota, mentre un cane bianco dagli orecchi bruni le gira intorno abbaiando. Intanto a casa Mister Tulliver, proprietario del mulino, parla con la moglie Bessy dell’educazione del loro figlio Tom. Vuole che il ragazzo lasci l’accademia e frequenti una scuola vera, perché desidera offrirgli un’istruzione che possa essergli utile nella vita e negli affari. Immagina per lui una professione pratica e rispettabile come quella di ingegnere, agrimensore o perito, e pensa che una buona istruzione possa permettergli di comprendere meglio le persone istruite con cui dovrà avere a che fare nei processi e negli arbitrati. Bessy, invece, si preoccupa soprattutto delle condizioni concrete in cui Tom vivrà lontano da casa. Vorrebbe che la scuola fosse abbastanza vicina da poter continuare a occuparsi della sua biancheria e mandargli cibo preparato in casa. I due discutono anche delle rispettive famiglie e del modo in cui ciascuno dei loro figli sembra aver ereditato caratteristiche dall’uno o dall’altro ramo familiare. Mister Tulliver considera Tom un po’ lento e ritiene che abbia preso dalla famiglia materna, mentre pensa che la figlia Maggie sia molto più sveglia e assomigli maggiormente a lui. Questa sua vivacità, però, lo rende incerto sul suo futuro, perché teme che una donna troppo intelligente possa incontrare difficoltà. Maggie ha infatti un carattere vivace e indipendente. È una bambina di nove anni, dai capelli scuri e dagli occhi neri, che ama stare vicino all’acqua e trascorrere il tempo seguendo i propri pensieri. La madre la considera difficile da governare: Maggie dimentica gli incarichi che le vengono affidati, si distrae, si siede al sole a intrecciarsi i capelli e non riesce a mantenere in ordine né i vestiti né la propria acconciatura, al contrario della cugina Lucy, più ordinata e graziosa agli occhi di Bessy. Quando Maggie entra nella stanza, la madre la rimprovera per essere stata ancora una volta vicino all’acqua e le ordina di sistemarsi, cambiarsi le scarpe e tornare al lavoro di stoffe ricucite destinato alla zia Glegg. Maggie rifiuta apertamente: considera inutile tagliare le stoffe per poi ricucirle e dichiara di non voler fare nulla per la zia, perché non le vuole bene. La bambina esce trascinando il berretto per il nastro, mentre il padre ride della sua risposta. Bessy, invece, teme che il comportamento della figlia sia incoraggiato proprio da lui e che le sorelle possano attribuirle la responsabilità di averla educata male. Nel frattempo, Mister Tulliver continua a pensare alla scelta della scuola per Tom. Decide di parlarne con Riley, un uomo che conosce molte località e che, grazie alla sua esperienza, può indicargli una scuola adatta…

Pubblicato in tre volumi da William Blackwood & Sons il 4 aprile 1860, Il mulino sulla Floss segue di un anno Adam Bede. Mary Anne Evans aveva iniziato a scriverlo proprio mentre il romanzo precedente aveva un successo clamoroso e si moltiplicavano le congetture sull’identità di questo sconosciuto George Eliot. Il titolo di lavoro era Sister Maggie, poi la scrittrice iniziò a propendere per The House of Tulliver; or, Life on the Floss. Fu l’editore William Blackwood - che giudicava il romanzo destinato all’immortalità - a suggerire il titolo definitivo, accolto il 6 gennaio 1860 con un «E Il mulino sulla Floss sia, dunque!», anche se il mulino del romanzo sorge sul piccolo affluente Ripple, e non sul fiume Floss. È il libro più autobiografico di George Eliot: Maggie e Tom nascono negli stessi anni della scrittrice e del fratello Isaac, che ruppe i rapporti quando ella si unì a George Henry Lewes (che era sposato) e si riconciliò solo pochi mesi prima della sua morte. Racconta l’infanzia e la giovinezza di Maggie e Tom Tulliver al mulino di Dorlcote: il dissesto del padre dopo una lunga causa contro l’avvocato Wakem, l’amicizia proibita di Maggie con Philip, figlio di questi, l’attrazione per Stephen Guest, promesso alla cugina Lucy, e infine la piena che travolge i due fratelli nell’istante della riconciliazione. Un romanzo di formazione che dialoga con il dibattito geologico tra catastrofismo e uniformitarismo di Lyell e con L’origine delle specie di Darwin, uscito proprio in quei mesi. Il nucleo tematico è l’educazione negata. Un saggio apparso su “English Studies” nel 1994 osserva che «l’intelligenza di Maggie non viene mai considerata un pregio»: la ragazza divora libri senza alcuna guida, mentre Tom, che li detesta, riceve un’istruzione classica. Persino la rinuncia ai libri, dopo la lettura di Tommaso da Kempis, accentua la parabola di autoannullamento che la condurrà alla fine. Scrive Anna Luisa Zazo nella sua introduzione: «Romanzo positivista, moralista, intimista, perfino pre-cecoviano per quel suo registrare i più labili mutamenti della volontà e della mente umane, e quei momenti di inconsapevolezza che conducono spesso a azioni consapevoli ma non volute (perché non definirlo piuttosto preproustiano, se non forse perché la parola suona orribilmente?): Il mulino sulla Floss ha avuto molte definizioni, e in certa misura le soddisfa tutte. Ma non ha ancora avuto quella di romanzo femminista; forse perché parole come “femminismo” (e, a maggior ragione, “maschilismo”) sembrano non poter appartenere all’epoca vittoriana, sebbene proprio in epoca vittoriana abbia preso sviluppo la lotta per l’emancipazione femminile. Tuttavia, appare ora come uno dei più coerenti, rigorosi e sferzanti romanzi femministi (sarebbe forse più esatto, ma ancora meno vittoriano, usare il termine: antimaschilista). Mai, che io sappia, una scrittrice – tanto meno uno scrittore – aveva affermato quel che la Eliot molto semplicemente afferma attraverso la figura e il destino di Maggie Tulliver: per una donna autenticamente tale, che rifiuti di venire meno a se stessa, nella società degli uomini non c’è, alla lettera, spazio vitale. Un personaggio come Maggie Tulliver non ha altro sbocco che la morte. Non sono tuttavia le acque del fiume in piena a ucciderla; ma le anguste norme della società in cui vive. Quando la corrente della Floss trascina contro gli alberi divelti dalla piena e affonda la barca in cui la ragazza era riuscita a trarre in salvo il fratello, Maggie, la loving, big-souled Maggie, è già morta poiché l’implacabile rettitudine di quanti la circondano le ha tolto di volta in volta ogni possibilità di amare. Maggie è una donna in una società di uomini, e la sua autenticità femminile, il suo rifiuto – o piuttosto la sua incapacità – di piegarsi a leggi e convenzioni maschili che le appaiono innaturali, in quella società le rendono impossibile vivere. L’unico trionfo che l’autrice le conceda è di comunicare al fratello, un istante prima che la barca affondi unendo entrambi nella morte, un bagliore dell’inconsapevole grandezza della sua anima». Il primo film tratto dal romanzo è del 1937: diretto da Tim Whelan, è interpretato da Geraldine Fitzgerald, Frank Lawton e James Mason. La BBC realizzò uno sceneggiato in otto puntate nel 1978 per la regia di Ronald Wilson, con Pippa Guard e Christopher Blake; nel 1997 BBC, Canal+ e Carnival produssero un film televisivo diretto da Graham Theakston, sceneggiato da Hugh Stoddart, con Emily Watson, Ifan Meredith, James Frain e Bernard Hill.