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Il naufragio

Il naufragio

Le fughe di massa dall’Albania cominciano dopo il crollo del regime comunista di Enver Hoxha, agli inizi degli anni ’90. È da quel momento che la storia di Pirro e dei suoi elefanti, trasportati via mare fino in Puglia, in difesa di Taranto, nel III secolo a.C., torna ad essere raccontata. E così i primi albanesi partono proprio dalla foce del Vjosa, a bordo di zattere improvvisate, sfruttando le correnti e facendosi guidare dal soffio degli dèi, proprio come il leggendario re. Ma Bardhosh Bestrova non dà molto peso alla storia che si narra. Decide di lasciare Valona nella primavera del ’97, dopo la crisi finanziaria e lo scoppio della guerra civile. La città è in mano ai clan, molti gli scontri e i morti. Insieme alla moglie Kasjani e ai figli Dritero e Kostandin si imbarcano sulla “Kater i Rades”. Sono quasi centoventi le persone a bordo della piccola motovedetta. Durante la traversata del canale di Otranto, superata l’isola di Saseno, l’imbarcazione viene intercettata dalla nave militare italiana “Zeffiro”, che si avvicina e intima alla “Kater” di tornare a Valona. Poco dopo spunta la corvetta “Sibilla”, che mette in atto l’harassment, cioè le manovre intimidatorie e dissuasive, supportate anche dal sorvolo di un elicottero. Al calare del sole, Bardosh sul ponte vede la nave militare italiana a pochissimi metri e improvvisamente sente una prima botta tremenda sulla fiancata destra, e poi una seconda, ancora più violenta. Sono stati speronati. Cade in mare. La “Kater” è capovolta, imbarca acqua rapidamente. La moglie e i figli sono nella stiva. Deve salvarli, ma non riesce ad avvicinarsi, lo scafo è irraggiungibile e in poco tempo affonda, inghiottito dagli abissi. Stremato e paralizzato dal freddo viene recuperato dai marinai della “Sibilla”...

Il 28 marzo del 1997 fu un “Venerdì Santo di morte”. Bardosh è solo uno dei trentaquattro sopravvissuti al naufragio della “Katër i Radës”. Le loro testimonianze, gli occhi disperati di Elvis, l’unico bambino sopravvissuto, non dovrebbero essere dimenticati, ma orientare chiunque voglia parlare, chiunque abbia il potere di decidere. Questa strage dovrebbe costituire il paradigma e lo spartiacque per orientare ogni futuro dibattito politico sulle misure di contrasto ai flussi immigratori, sul blocco navale militare. O almeno questa era la speranza di Alessandro Leogrande, dalla cui sensibilità e onestà intellettuale è germogliato Il naufragio. Senza dubbio è una pietra di paragone per tutti gli altri naufragi a venire. Il libro è il risultato di un’indagine giornalistica accurata, lucida, frutto della meticolosità dell’autore, che scrive intorno al fatto per ricostruirne l’esatta dinamica, esponendo versioni differenti, ponendosi domande e facendo osservazioni. C’è una divaricazione tra ciò che è accaduto e quanto verbalizzato ufficialmente? Leogrande lavora su parecchio materiale. Testimonianze di sopravvissuti, resoconti di perizie, registrazioni di conversazioni, verbali degli interrogatori dei vertici della Marina Militare, carte processuali. Effettua anche un sopralluogo al Forte a Mare, nel porto di Brindisi, dove giace “la nave-bara”. Non è accettabile che la prova di una tragedia possa decomporsi, scomparire, portando con sé il ricordo di tante morti. Leogrande non ci sta e racconta le storie di chi su quel relitto ha perso la vita. Scrive della posizione della classe politica, che decise il blocco navale con uno scambio di lettere tra i Ministri degli Esteri italiano e albanese (un Gentlemen’s Agreement di dubbia liceità, con cui i governi negoziarono sulla sovranità nazionale albanese sui confini), del Comando in capo della squadra navale che fissò le regole d’ingaggio, delle manovre intimidatorie, le “azioni cinematiche e di interposizione”, da eseguirsi in alto mare quando si intercettano “i bersagli”, della lunga vicenda giudiziaria che ne derivò. I bersagli, che altro non sono che le carrette del mare cariche di essere umani. Ma cosa può fare un giudice contro la coltre del silenzio? Poco, anzi niente, con il risultato che verità processuale e storica finiscono per non collimare. Il naufragio non è solo giornalismo d’inchiesta, ma la narrazione di un’umanità ultima, figlia di un Sud del Mondo ormai cambiato, di un’umanità a cui Leogrande ha sempre voluto dare voce.