Penisola del Sinis, nei pressi di Cabras, Sardegna. Al calare del tramonto un’auto percorre la provinciale mentre il cielo basso e saturo annuncia una tempesta. Lo stagno di Mistras è agitato dal vento, l’aria è impregnata di odore salmastro, alghe e fango. Le luci del paese sono lontane, appena visibili all’orizzonte. In macchina viaggiano Daniel Crobu e Viola Zardi. L’uomo guida: è elegante, controllato, curato in ogni dettaglio, con mani nervose strette al volante e una fede all’anulare sinistro. La donna, che gli siede accanto, appare più stanca, reduce da una notte al tavolo da poker, con lo sguardo disincantato di chi non si lascia più sorprendere. Nessuno dei due parla. Sul cruscotto, un raggio obliquo di sole colpisce una paletta della polizia di Stato abbandonata. La strada corre parallela alla laguna, attraversando un paesaggio di campi abbandonati, ruderi invasi dall’edera, silos arrugginiti e case diroccate, come se il tempo si fosse fermato a decenni prima. Quando Viola chiede all’uomo di riferirle esattamente cosa gli abbia detto una collega, Deiana, Daniel risponde con distacco: il telefono di Angela Floris si è riacceso dopo sei mesi di inattività e la posizione è stata tracciata. Viola chiede dove si trovi ora il cellulare; Daniel controlla il tracciamento: il segnale è sempre nello stesso punto, immobile, come se li stesse aspettando. Arrivati sul posto, accostano vicino a un sentiero. Davanti a loro si trova un casolare abbandonato, circondato dalle sterpaglie. I due scendono dall’auto, avvolti da un’umidità vischiosa. Non ci sono macchine né segni di presenza umana. Daniel controlla nuovamente il cellulare: il segnale proviene dall’interno del rudere. Seguendo il richiamo, trovano il telefono tra le erbacce, sul pavimento crepato del casolare: un vecchio Samsung che vibra, suona e lampeggia. Accanto al telefono c’è una mano umana. È livida, mozzata. Le unghie sono perfettamente curate, con uno smalto rosso intenso identico a quello che Angela Floris indossava il giorno della scomparsa, avvenuta appunto sei mesi prima…

Piergiorgio Pulixi – autore cagliaritano di nascita e membro del collettivo di scrittura Mama Sabot fondato da Massimo Carlotto, di cui è stato allievo – torna a muoversi all’interno di un territorio narrativo che conosce bene, ampliandone però i confini e rinnovandone le tensioni. Il romanzo si inserisce idealmente nel solco tracciato da La donna nel pozzo, ma non si limita a una prosecuzione: introduce nuovi personaggi, un diverso equilibrio investigativo e una più marcata attenzione alle conseguenze emotive del male. La vicenda prende avvio da una scomparsa irrisolta nella zona del Sinis, nella Sardegna occidentale. Per mesi il caso resta sospeso, privo di svolte, fino a quando un elemento inatteso — il riapparire di un segnale creduto perduto — rimette tutto in movimento. Da quel momento l’indagine assume una traiettoria inquietante, fatta di scelte calcolate, attese prolungate e gesti che sembrano concepiti come messaggi. Il crimine non è mai casuale: è costruito come una sfida, un linguaggio alternativo attraverso cui l’assassino comunica. A guidare le ricerche sono Daniel Crobu, soprannominato il Corvo, e Viola Zardi. Lui è un uomo che si aggrappa a ordine, disciplina e valori personali per non cedere al peso di ciò che ha vissuto; lei è irrequieta, incline allo scontro, spesso pronta a superare la linea pur di arrivare al cuore della verità. La loro relazione professionale non si fonda sull’armonia, ma su una frizione costante che alimenta il racconto e ne determina il ritmo. Le differenze tra i due diventano il vero motore dell’indagine. Pulixi lavora con precisione sulla dimensione psicologica. Il male non resta confinato al ruolo dell’antagonista: si insinua nelle abitudini, altera le relazioni, mette alla prova le certezze di chi indaga. La caccia all’assassino diventa progressivamente un confronto più intimo, in cui la distanza tra chi osserva e chi viene osservato si riduce, fino a farsi pericolosamente ambigua. L’indagine procede per accumulo, tensione sotterranea, logoramento. La Sardegna che emerge dalla narrazione, infine, è una terra aspra, attraversata da silenzi, zone marginali, spazi aperti che amplificano il senso di isolamento. Il Sinis si fa condizione emotiva, uno spazio in cui il passato continua a riaffiorare e nulla sembra davvero sepolto.