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Il nome di Abel

Il nome di Abel

Palermo, novembre 1991. Piove mentre la bara di Abel viene calata sottoterra. Difficile da digerire per Adele che il marito sia là dentro. Che un attimo prima di andarsene le abbia carezzato la guancia, ma chiedendo per l’ennesima volta di Blanca (“Dime donde está, donde está Blanca?”). Javier, lo zio italiano di Abel, piange in disparte accanto alla moglie Sara. La piccola Giulia si tocca il viso, segnato da una cicatrice a mezzaluna intorno all’occhio sinistro. Gliel’ha lasciata Abel, suo padre, un pugno secco sul volto che le ha fatto quasi saltar via l’occhio. Un altro scherzo del tumore al cervello che se l’è portato via. Adele ricorda come Abel fosse cambiato negli ultimi tempi, era come se non la conoscesse più. Borbottava in spagnolo, Adele ricorda “Madrid che veniva fuori dalla bocca di Abel, tutti i suoi abitanti e la carovana gialla e rossa sulla cui coda, come sempre, la misteriosa Blanca cavalcava nuda, enorme e presuntuosa”. Una parte di storia che Adele non ha mai conosciuto, una famiglia divisa, una partenza mai davvero spiegata. Non basta che il corpo di Abel non ci sia più, Adele vuole sbarazzarsi di tutto, anche se Javier le consiglia di aspettare, di non negare tutto quello che c’è stato. Adele archivia, nasconde – le pipe di legno, le foto, la scrittura minuta di Abel, la tromba che mai aveva imparato a suonare –, dimentica, mentre Giulia impara da nonno Attilio che esistono delle piccole anime, larve, energie speciali che si insinuano nello stomaco, che abitano gli oggetti di chi non c’è più. Nel buio, nel silenzio, Giulia riesce a percepirli, questi fuochi strisciante e invadenti, che le parlano con la voce di papito...

Abel. Padre, marito, nipote, amico. Abel e il tumore che se l’è mangiato e ha fatto tornare a galla parole appartenenti ad un passato nascosto. Morto Abel rimane il suo nome, presente più che mai. Nel rifiuto di Adele, nelle domande di Giulia, negli indizi sconnessi che impongono di farsi seguire, nei nodi da sciogliere. Chi è stato davvero Abel? Chi è la mujer blanca che popola i sogni di Giulia? Cosa hanno da raccontare le strade di Madrid di Abel, Pol e Blanca? Cosa c’è scritto, si chiede Giulia, in quella pagina strappata dalla storia di suo padre? Le sue cose vogliono essere ascoltate, i muri sussurrano il suo nome e Giulia non può far altro che cercare, col quaderno giallo in mano e visioni nella testa, seguire le frasi oscure di Pol, le ombre del franchismo e di un passato perduto, conoscere finalmente suo padre e così, forse, riconoscersi, percorrendo un tempo fluido, anni che “hanno aggiunto e tolto e rimescolato e rimesso insieme” pezzi di memoria. Un viaggio, quello creato da Andrea Meli, poeta e scrittore classe 1980, che forse non da subito travolge il lettore, ma che pian piano discende nella complessità delle emozioni e del dolore e risuona di echi lontani di un malinconico jazz, grazie anche ad uno stile molto materico e al contempo in grado di compiere originali incursioni nel visionario, nell’onirico, con naturalezza e intensità.