Salta al contenuto principale

Il numero 31328

Il numero 31328

1922, ultimi scampoli della Guerra Greco-Turca. Vengono adesso i giorni della massima disgrazia, i giorni della virulenta e inumana controffensiva turca in Asia Minore. Il grande nemico è appena disceso sino al borgo di Kydonies, borgo che loro, i kemalisti, preferiscono chiamare “Ayvalik”, nonostante di turchi, da quelle parti, storicamente non ce ne siano mai stati. Kydonies non è lontana da Smirne. A Smirne sta capitando di tutto, è capitato di tutto. Armeni, greci, occidentali: chiunque non fosse turco o non si fosse sottomesso ai turchi è stato discriminato, mortificato, derubato, costretto alla fuga, deportato o addirittura assassinato. Un disastro. Sono quattrocento anni e rotti che l’ellenismo è sotto il giogo dei turchi, là in Anatolia. Quattrocentocinquanta e più anni di sofferenza, dalla caduta di Costantinopoli (e, di lì a poco, dalla caduta del superstite regno di Trebisonda, nel Ponto). Sembrava fosse finita, a un tratto, nel Novecento: caduto l’impero ottomano e apparso l’esercito greco in Asia Minore, sembrava che l’incubo avesse smesso di infestare generazioni di greci e che un giorno si potesse tornare a dire messa a Santa Sofia; invece è stata tutta un’illusione, e anzi il principio di una peggiore decadenza. Questo è il momento dell’annichilimento della grecità nell’Asia Minore, siamo alle battute finali: adesso i turchi vogliono deportare tutti i greci dell’Anatolia, oppure vogliono massacrarli. Quanti sono questi greci, due milioni e mezzo? I turchi pretendono di brutalizzare un’intera etnia. Vogliono annullare qualunque eredità diversa dalla loro, recente o recentissima. Tritarla e infine sradicarla. L’ordine delle guardie è spietato, là nella piccola città di Kydonies: imbarcare donne e ragazzini alla volta della Grecia, di quel che rimane della Grecia; quanto agli uomini, dai diciotto anni in su... loro devono invece essere arruolati nei “battaglioni di lavoro”. “Battaglioni di lavoro” è un concetto incubotico: negli anni della Grande Guerra circa 250mila greci sono già caduti così; quelle vicende erano distanti pochi anni e tuttavia sembravano ormai lontanissime, irripetibili. Perché erano state vicende troppo violente, troppo disumane. Impensabili. “Migliaia di cristiani ci avevano rimesso la pelle, in quei lavori forzati. Le lacrime delle madri non si erano ancora asciugate”. L’ordine turco è perentorio: i giovani greci, per lo più, si rassegnano. Devono accettare la coscrizione. Altrimenti i turchi vengono a prenderti casa per casa. Non sono previste eccezioni. Ilias Venezis ha diciotto anni appena. C’è chi cerca di scampare ai “battaglioni di lavoro” travestendosi da donna o corrompendo qua e là. Qualcuno è fortunato e va. Qualcuno invece viene beccato mentre compra la sua libertà; finisce fucilato, sul posto. Intanto il quartiere del ragazzo Ilias Venezis si sta svuotando. “Il cerchio si stringe. Aumentano le guardie sul molo. È un pericolo mortale prendere la decisione di scappare. Giocherai al pari e dispari”. Il margine di tempo si riduce: consegnarsi ai turchi o fare pari e dispari. Il papà di Ilias decide: domani scapperai, figlio mio, mentre do da mangiare alle guardie. Il dado è tratto. Niente, va male. Ilias viene catturato e imprigionato, assieme a tanti altri greci. Cosa ne sarà di lui e di tutti i suoi compagni? Di lì a poco, ha inizio la scrematura...e l’incubo della crudeltà turca, poco a poco, prende forma e si manifesta in tutte le sue sfumature. Non si negheranno niente: furti, stupri, pestaggi, intimidazioni, prepotenze, sevizie. E per nulla di tutto questo risponderanno a un tribunale. Ad oggi, cento anni esatti di distanza, gli eredi di quella giovanissima Turchia minimizzano, insabbiano o negano...

Pubblicato dalla promettente e rigenerata Settecolori nel 2022, ottava uscita della collana “Battello Ebbro”, Il numero 31328 è un libro “scritto col sangue”, per dirla con le parole di Ilias Venezis: un libro destinato a eternare la Catastrofe dell’Asia Minore e a raccontarla a sempre nuove generazioni di lettori europei o mediterranei, in genere. Nella prefazione, la scrittrice italo-armena Antonia Arslan racconta che la primissima e da tempo introvabile edizione italiana (datata 1947) era stata tradotta da una lacunosa edizione francese, e non dall’originale greco; il titolo era stato peraltro mutato in un più neutro e indolore La grande pietà. La nuova edizione, apparsa a circa 80 anni di distanza, è invece filologicamente ineccepibile. Questo libro, dice la Arslan, è “la rappresentazione dura e scabra, ancorata a un pacato realismo e di grande impatto sul lettore, di un’esperienza durissima di prigionia e di pesantissimo lavoro forzato, di solitudine e di fame continua e onnipresente”; è, per dirla con le parole di Venezis, “la cronaca di un momento di martirio della Grecia”: un libro dedicato al dolore di un corpo che viene torturato. “Non esiste niente di più profondo e di più sacro”, così chiosò lo scrittore nella seconda edizione dell’opera, nel 1945. Ma chi era Venezis? Ilias Mellos, alias Ilias Venezis, nacque a Kydonies, dalle parti di Pergamo, in Asia Minore, nel 1904, da padre di Cefalonia e madre della più vicina Lesbo. Ad amministrare Kydonies, grossomodo 35mila abitanti, tutti greci, era allora l’impero ottomano, che aveva già precariamente intrapreso una turchizzazione del borgo, ribattezzato Ayvalik. Il giovane artista, negli anni della guerra greco-turca (1919-1922), si trasferì coi suoi famigliari a Lesbo, per scampare a quello che oggi conosciamo come l’impunito e silenziato genocidio dei Greci, post deportazione di massa; nel 1922 il povero Venezis si ritrovò tra i tremila coscritti di una “brigata di lavoro” che alla fine dei quattordici mesi di prigionia contò su soli ventitre sopravvissuti. L’esperienza venne estetizzata nel romanzo Numero 31328, pubblicato originariamente a puntate sulla rivista «Kambana», nel 1924, e poi in versione ampliata e integrale, in volume, sette anni più tardi, nel 1931. Esule in ciò che restava dell’Ellade, in Grecia, Venezis lavorò in banca, dedicandosi alla scrittura nel tempo libero. Diversi tra i suoi libri raccontano frammenti della sua vita in Asia Minore, prima della catastrofe: ad esempio, Terra d’Eolia (in IT pubblicato dalla Casini nel 1951) racconta frammenti della sua infanzia e adolescenza; Galini, cioè Tranquillità, racconta le difficoltà d’adattamento degli esuli e dei profughi dell’Asia Minore, negli anni successivi all’esodo. Terra d’Eolia, Galini e Numero 31328 costituiscono, assieme, una trilogia micrasiatica. A dar retta ad Antonia Arslan, Terra d’Eolia è un’elegia: “Un libro incantato, nel quale i paesaggi e le persone danzano insieme in una solare e delicata armonia, in cui sembra echeggiare il flauto silvestre di Pan e la nostalgia degli esuli cacciati per sempre da un Eden indimenticabile”. Quella, continua l’artista italo-armena, “non era la Grecia peninsulare che conoscevo e amavo, ma l’altra, la Ionia ubertosa e ricca d’acque che si affaccia sull’Egeo, dove nacque la filosofia e il popolo greco ebbe radici fertili e profonde. La sua capitale era Smirne, grande porto mediterraneo, città profondamente greca, vivacissima, tradizionale e moderna p g insieme [...]”. Speriamo dunque che Terra d’Eolia possa presto tornare a disposizione del pubblico italiano; e intanto che questo Il numero 31328 sappia essere opportuno viatico a sensibilizzare i nostri compatrioti alla disastrosa vicenda dei greci dell’Asia Minore e del Ponto, oggetto di un genocidio tutt’altro che conosciuto e interiorizzato, qui in Italia, meno ancora di quello degli armeni e di quello degli assiri; e ciò, probabilmente, è accaduto per le solite, prevedibili e drammatiche questioni di opportunismo politico e militare, inevitabilmente condizionanti (la presenza della Turchia nella NATO, grottesca e impensabile, dice tutto. Sono nostri alleati: surreale). Per capire la portata della catastrofe antropologica azionata da queste vicende, lettura dovuta e iniziatica è almeno Mani di Patrick Leigh Fermor (Adelphi). In appendice all’edizione Settecolori, note e un bel saggio del traduttore Francesco Colafemmina, completo di dettagliate notizie storiche per inquadrare a dovere gli eventi e le dinamiche geopolitiche d’antan: si chiama Il numero 31328 e la catastrofe dell’Asia Minore. Nutritevene.