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Il paese dei fiori oscuri

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La gente di Dunkelblum possiede da sempre un intuito particolare. Dietro le tende delle sue case di bambola c’è sempre qualcuno intento a spiare. Gli abitanti sanno tutto di tutti e se non sanno, inventano con eccezionale maestria. Solo i nuovi arrivati, trasferiti o appena sposati, si limitano a conoscere l’essenziale: che il castello è bruciato e che i discendenti dei conti vivono all’estero e tornano solo per le grandi cerimonie, come matrimoni o battesimi. In quelle occasioni il grazioso paesino delle Alpi austriache è tutto un fiorire di abiti folcloristici e saluti festosi ai nobili, come se la repubblica, da tempo adottata, fosse sparita. Dunkelblum, contrariamente al suo nome, che significa Fiore oscuro, è tutto uno sventolio di mani pronte a salutare. Negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale la contessa in esilio, vedova da poco, prende la decisione di far demolire il castello, dopo il disastroso incendio che lo aveva colpito. È stata indotta a farlo dai suoi poco consiglieri, guidati dal loro tornaconto personale e dalla poca liquidità in suo possesso. La gigantesca area di prezioso terreno edificabile liberatasi fa sì che il paese sia diviso in due: una parte orribilmente moderna e l’altra rustica con vicoli e viuzze. Del fasto dei conti rimane la tomba di famiglia, che può essere visitata, ma che da tempo non ospita nuove sepolture e che necessita di un restauro urgente. Arriva il giovane e affascinante conte ad occuparsene, fa sigillare la cripta e lascia definitivamente Dunkelblum. Da quel momento il tempo sembra fermarsi in paese, solo l’alcol scorre a fiumi. In quel magnifico isolamento gli abitanti si sentono sicuri e in pace, lontani dagli scontri spirituali, nazionali, culturali e dagli antagonismi del passato. Il pericolo arriva sempre dai confini. Il destino però, come una bestia pericolosa, è pronto a far avvertire la sua angosciosa presenza, di nuovo…

Il paese dei fiori oscuri di Eva Menasse, ottimamente tradotto da Laura Bortot, è più che un romanzo un’indagine letteraria, come l’autrice stessa lo ha definito. I grandi temi come: silenzio, frontiera, tempo che passa e memoria collettiva sopita sono la colonna portante del libro. Dunlelblum assomiglia ad un luogo vero, Rechnitz, sul confine tra l’Austria e l’Ungheria. Qui nella primavera del 1945 ci fu una strage di quasi duecento prigionieri ebrei. Successe al castello, durante una festa. La Menasse indaga e scopre che nelle vicinanze ci sono state circa 120 stragi di lavoratori schiavi portati lì dai nazisti, per costruire una linea di difesa contro l’Armata Rossa in marcia verso Berlino. Tutto è avvolto dal silenzio e il luogo di sepoltura delle vittime è ancora ignoto. Perché è così difficile fare i conti con il passato? Tutti sanno tutto, ma decidono di stare zitti. Però il silenzio significa che il crimine è presente nel vissuto di tutti. Il romanzo ha inizio nell’estate del 1989: la Cortina di ferro inizia a cadere, arrivano i primi rifugiati dalla Germania dell’Est alla ricerca dei loro parenti e Dunkelblum si popola di nuovi arrivi, che sovvertono l’antico torpore. Lentamente interagiranno con gli abitanti del paese un gruppo di studenti dai capelli lunghi col compito di restaurare il vecchio cimitero ebraico a spese della comunità israelitica e questo desta non poca paura. C’è Lowetz, che torna per partecipare al funerale della madre morta all’improvviso e nella sua casa d’infanzia si trattiene volentieri. È assalito da una benefica apatia, dorme nel letto di sua madre e ridacchia pensando a quello che avrebbe detto la sua ex fidanzata e sembra lontana anche la separazione dal suo compagno. Sua madre Eszter era una grande lettrice. Aveva libri su tanti argomenti e lui vaga per la casa cercandoli, quando si trova davanti un disegno, con una cornice d’argento. È una malinconica testa di ragazza, disegnata con l’inchiostro nero. Gli sembra un viso conosciuto, sarà sua madre da giovane? Sarà una parente? Il paese dei fiori oscuri ha una struttura da thriller ed è ben documentato storicamente. La vicenda si dipana tra la Parigi di oggi con i suoi rigurgiti antisemiti e il passato famigliare dell’autrice durante la Seconda guerra mondiale, tra fughe in mezza Europa, esilio, deportazioni, Shoah, Israele. Nazismo, Olocausto, fosse comuni sono parole che tutti in paese non vorrebbero sentir pronunciare. Ma dietro le finestre fiorite di quelle casette graziose si nasconde un crimine collettivo, e nessuno è innocente. Con uno stile scorrevole e a tratti ironico Eva Menasse narra della vergogna non dei carnefici, ma di chi ha assistito alle violenze e alla barbarie, preferendo il silenzio. Il paese dei fiori oscuri narra delle ferite di un paesaggio e delle ferite dell’anima degli uomini che, né si dimenticano, né guariscono.