Salta al contenuto principale

Il paese delle rane

Ilpaesedellerane

Il padre di Pina è soprannominato perdapè. Perdipiedi. Questo è l’appellativo con cui, nella bassa Lomellina, vengono chiamati i fittavoli che lavorano la terra ogni giorno, anche la domenica, per ore e ore, tanto da lasciare i piedi consumati dentro la terra. Suo padre sostiene fieramente di essere piemontese e intercala ogni suo discorso in italiano con il dialetto complesso del Monferrato e della Lomellina. Pur avendo frequentato la scuola per poco tempo - a stento ha finito la seconda elementare - e solo in inverno, sa leggere e scrivere ed è dotato di un’innata curiosità. L’uomo lavora i suoi campi senza sosta: è il primo a incominciare al mattino e l’ultimo a fermarsi ogni sera. Nelle lunghe sere d’inverno, poi, si riposa e al sabato invita i suoi amici, nella grande casa che divide con la sua famiglia, per fare bisboccia. Con gli amici finisce per discutere di tutto e gli uomini, tutti insieme, alzano la voce e anche il gomito. La moglie e i sette figli non possono fiatare in quelle circostanze. Se ne stanno intorno alla stufa di ghisa finché il sonno non ha la meglio su di loro. La mamma di Pina odia da sempre la cascina, la campagna, le stalle e quel paese nel quale non ci sono che rane. Sono ovunque e spesso entrano anche in casa. Alla donna fanno davvero schifo, perché, se rivoltate a pancia in su con le braccine aperte e le gambine lunghe, le paiono aborti. Ai bambini della corte discorsi di questo tipo non appaiono affatto osceni o motivo di scandalo. Li trovano naturali e li ascoltano senza alcuna morbosità. Non hanno il senso del proibito i ragazzini, anche se a volte i grandi fanno di tutto per inculcare loro l’idea del peccaminoso. Come quando, per esempio, vanno a vedere la monta del toro arrampicandosi sul fienile di nascosto, perché, secondo gli adulti, quello è uno spettacolo che i più piccoli non devono vedere…

Quando un’inconsueta e interessante lezione di Storia si unisce al piacere di una scrittura fresca, godibile e vivida, quel che risulta è un prezioso gioiello come questo racconto, pubblicato per la prima volta nel 1978 e scritto “aspettando che si cuocesse l’arrosto” da una donna comune, ma non troppo. Si tratta infatti di Pina Rota Fo - classe 1903, originaria di un paese della Pianura Padana a cavallo tra Lombardia e Piemonte - che altri non è che la madre del premio Nobel per la Letteratura Dario Fo. La cascina - detta Chetamai - in cui cresce la piccola Pina diventa palcoscenico sul quale vengono rappresentate le storie di un periodo che abbraccia due guerre mondiali e sfocia nella fase di industrializzazione postbellica in cui i figli dei contadini, che sognano il lavoro nelle fabbriche delle città, si affrancano dalle fatiche del lavoro nei campi. È una grande storia familiare quella di cui la signora Pina omaggia il lettore: davanti al suo sguardo, bambino e ancora in parte ingenuo prima e di giovane adolescente divenuta madre molto presto poi, scorrono le piccole gioie e gli innumerevoli sacrifici legati ad un vivere in una zona in cui si lavora nei campi tanto da consumarsi i piedi dentro la terra; una realtà contadina dove la stalla diventa allo stesso tempo teatro in cui i cantastorie raccontano per ore e chiesa in cui ci si riunisce per pregare o per recitare il rosario; una terra in cui le donne sono mondine e rischiano ogni giorno di prendere malattie da topi, zanzare e insetti; una zona di campagna in cui, accanto al lavoro e alla fatica ci sono anche feste, partite a carte, chiacchiere e amicizia. Un’Italia contadina, ritratta in poco più di un centinaio di pagine e immersa in una realtà in cui si avvicendano episodi rilevanti per l’intero Paese - la Prima e la Seconda guerra mondiale, l’epidemia conosciuta come “la spagnola”, l’abbandono in massa delle campagne e il popolamento delle città -, che sa di nostalgia e di rimpianto. La fotografia, ancora nitida e dai contorni ben definiti, di un pezzo d’Italia che non esiste più, un’Italia povera, laboriosa, contadina, umile e, tuttavia, madre di personaggi di spessore, capaci di imporsi con la loro voce nel panorama culturale mondiale.