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Il Paese nero

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Scocca la mezzanotte di domenica 4 marzo. Il padre di Marta, Valdo Revel, attende il risultato delle elezioni politiche. La mattina seguente lei lo trova afflitto, col capo chino, il volto solcato da lacrime di diniego e di giustificata preoccupazione per le sorti del proprio Paese. Dopo aver ottenuto il 92 per cento dei voti, con il tacito assenso di funzionari pubblici corrotti, il Partito ha assunto pieni poteri. Nei mesi successivi venne stroncata ogni opposizione a colpi di decreti, violata la libertà di stampa e di manifestazione del pensiero, infranto il diritto alla riservatezza, stilato un elenco di libri proibiti… “La sera del 10 maggio, a Torino, giorno d’inaugurazione del Salone del Libro, gli studenti furono obbligati ad assistere al grande falò nel piazzale del Lingotto. Si distrussero centinaia di libri proibiti…”. Per non parlare dei “cosmonauti della Necro”, l’onnipresente polizia segreta alle dipendenze del Partito – dalla quale il padre di Marta, in quanto giornalista, è già stato aggredito due volte. Inoltre, gira voce che sia stato allestito un campo di internamento nel quale viene deliberatamente recluso, senza legittimo processo, chiunque risulti scomodo o non allineato ai diktat del Presidente. Marta osserva la distopica realtà attorno a sé, ne percepisce le contraddizioni, le ingiustizie, l’ipocrisia... non può restare a guardare. “All’inizio dell’estate Marta esplose: - Questa non è vita, io spacco tutto. Era in tram, tirò un pugno al finestrino che per fortuna non si ruppe. Doveva combattere, ma non sapeva da dove cominciare”…

“Prima vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non era rimasto nessuno a protestare”. (Martin Niemoller). L’Italia dei giorni nostri sotto una tremenda dittatura: se ciò accadesse quale sarebbe la nostra reazione? E soprattutto, quale sarebbe la reazione dei ragazzi? Si pone queste domande Stefano Garzaro ne Il Paese nero, testo nel quale egli rivisita il genere ucronico, applicando alla narrativa young-adults, al fine di smuovere le coscienze dei giovanissimi. Nel romanzo infatti, Marta e suoi compagni comprendono che il mondo imbastito dal Partito è ingiusto, stupido, scorretto. I ragazzi allora danno vita ad una piccola organizzazione segreta al fine di ribellarsi a quest’ultimo, ed intrecciando le proprie azioni con quelle di chi li ha preceduti essi scoprono di poter fare la differenza. Al romanzo segue una breve bibliografia nella quale trovano spazio i libri da cui Garzaro ha tratto ispirazione. Spicca, tra gli altri, La Rosa Bianca di Paolo Ghezzi nella quale vengono documentate le eroiche gesta di Sophie e Hans Scholl che ebbero il coraggio di opporsi al nazismo e di morire per i propri ideali. “E allora i più pigri, i complottisti ad esempio, che non amano la complessità, non amano neppure la democrazia, e cercano di semplificarla, ma che cosa ottieni quando si sostituiscono molte voci con una voce sola? Nel romanzo Marta, affacciandosi alla cucina con un cucchiaio di legno, risponde: - la dittatura” (dalla Postfazione di Fabio Geda).