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Il palazzo delle donne

Il palazzo delle donne

Non se lo sarebbe mai aspettato ed è successo tutto in un attimo. Quando Solène è uscita dall’aula di tribunale al fianco di Arthur Saint-Clair, un influente uomo d’affari indagato per frode fiscale, non ha avuto neppure il tempo di spiegare all’uomo la sua incredulità di fronte alla decisione e all’eccessiva severità del giudice – una condanna al carcere e al pagamento di milioni di euro tra risarcimenti ed interessi. Saint-Clair si è lanciato verso il parapetto di vetro e l’ha scavalcato, lanciandosi nel vuoto dal sesto piano del Palazzo di Giustizia. Lo shock legato a quell’episodio – l’immagine del corpo del suo cliente, disarticolato sulle lastre di marmo del palazzo, la perseguita notte e giorno – ha provocato un vero e proprio terremoto anche per la sua vita: è come se anche lei fosse precipitata insieme a Saint-Clair. Ora è nella sua stanza, dalle pareti bianche impregnate di silenzio, e trascorre intere giornate incapace di alzarsi o di aprire le tende per far entrare la luce. Si sente completamente fuori uso, anche se ha solo quarant’anni. Gli inglesi chiamano ciò che le è accaduto burnout e il suono di questa espressione è, alle sue orecchie, più leggero rispetto a depressione. Ma, in realtà, di questo si tratta e, anche se il suo psichiatra le ripete spesso che il sovraffaticamento da lavoro è in realtà una malattia molto comune, Solène fatica a credere che questa cosa sia accaduta proprio a lei, che si è sempre sentita una donna forte e solida… Anche Blanche, a Parigi nel 1925, si sente forte, anche se ha ricominciato a tossire e il marito la osserva preoccupato e le consiglia di non uscire. Blanche continua ad abbottonarsi la gonna e infila una giacca di Jersey incurante delle proteste di Albin. Non ha mai rimandato nulla per motivi di salute e non comincerà certo ora, a cinquantotto anni. Inoltre, le tre S che porta al collo – segno di appartenenza all’esercito della Salvezza – non sono solo un ornamento, ma rappresentano la sua vocazione la sua vera missione…

Il secondo romanzo di Laetitia Colombani – regista, sceneggiatrice e autrice di un romanzo d’esordio, La treccia, pubblicato in Italia nel 2018 e diventato in breve tempo un caso editoriale – è un omaggio alla figura di Blanche Peyron, coraggiosa donna nata in Francia nella seconda metà dell’Ottocento e nominata nel 1931 Cavaliere della Legion d’Onore per aver creato a Parigi nel 1926 il “Palazzo delle donne”, un rifugio per donne in difficoltà. La Colombani ha più volte raccontato di aver scoperto per caso, durante una passeggiata lungo rue de Charonne a Parigi, la bellissima costruzione scelta da Blanche come sede per il suo Palazzo e di aver deciso, dopo aver effettuato le dovute ricerche, di raccontare la storia della fondatrice che, insieme al marito Albin, dedica tempo, energia e soldi – a pochi anni dalla conclusione della Grande Guerra, in una città in ginocchio e incapace di risollevarsi – per combattere la più logorante delle battaglie, quella contro l’umiliazione subita dalle numerose donne che, affamate e sopraffatte, non hanno più neppure la forza di tendere la loro mano in cerca di aiuto. Blanche è coraggiosa e testarda, una vera lottatrice che, nonostante la salute cagionevole, non si risparmia e restituisce rispettabilità e autorevolezza alle donne che, man mano, abitano il palazzo: persone piegate dal dolore e private dei loro sogni, madri che hanno dovuto compiere scelte difficili lacerando la loro anima, donne che si sono scontrate più volte con la crudeltà del mondo. Cuori spezzati che trovano, nel rifugio offerto loro dalla generosità di Blanche, la spinta necessaria per rialzarsi, sollevare la testa e ricominciare a camminare verso la vita. Si tratta, con un salto temporale di quasi un secolo, della stessa spinta di cui Solène – brillante avvocato di successo che, dopo un evento traumatico legato al suo lavoro, vacilla e crolla mettendo in discussione la sua intera esistenza – è alla ricerca quando decide di accettare l’attività di volontariato presso il “Palazzo delle donne” in qualità di scrivano pubblico. L’incontro con le ospiti dell’edificio, così diverse ma così uguali nella loro fragilità e nella loro richiesta di condivisione, aiutano Solène a guardarsi dentro e a ritrovarsi. Due piani temporali diversi, quindi, che raccontano la fragilità, la sofferenza, il potente desiderio di rinascita e la vera forza delle donne, capaci, da sole, di piegarsi senza spezzarsi e, in gruppo, di abbracciare la vita e imparare a gustarne nuovamente ogni momento, con dignità e fierezza.